MORI'S HUMOR PAGE

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Teofrasto
I CARATTERI

 
Nuova traduzione dal greco di Edoardo Mori ©

Atleta di Erté

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NOTA DEL TRADUTTORE

Teofrasto nacque attorno al 371 a. C. in Ereso, sull'isola di Lesbo, e fu il principale allievo e collaboratore di Aristotele, di cui ne continuò la scuola dopo la morte, nel 322 a. C. Morì a 85 anni, circa nel 287 a. C.
L'opera che lo ha tramandato ai posteri è "I Caratteri", scritta dopo il 319 a. C. ed assistita da costante fortuna nel corso dei secoli.
Per noi è fonte preziosa di informazioni sulla vita quotidiana ad Atene nel IV secolo e, a parte le notevoli qualità artistiche, documento culturale prezioso per farci comprendere l'immutabilità dell'animo umano e l'inevitabità dei suoi vizi e delle sue passioni, nel corso dei millenni.
Per la traduzione ho seguito il testo curato da Peter Steinmetz, Theophrast, Charaktere, Vol. I, Textgeschichte und Text, Monaco, 1960.
I Caratteri di Teofrasto non presentano particolari difficoltà stilistiche, visto che le tutte le frasi sono strutturate allo stesso modo, con alquanta monotonia; le difficoltà per il traduttore derivano dal fatto che in molti punti il testo greco è stato ricostruito in modo incerto, che Teofrasto è estremamente conciso e che il testo fa continuo riferimento ad usi della vita quotidiana di Atene, ovvi per il lettore di allora, ma difficilmente ricostruibili per noi.

Le parole tra parentesi quadre, sono (salvo diversa indicazione), mie aggiunte rivolte a facilitare la comprensione del testo, nel senso che mi è parso più probabile.

I
IL FALSO

La falsità (1) è dunque, secondo la definizione, la simulazione in peggio di fatti e di parole. La persona falsa è quindi uno che quando incontra i suoi nemici si mette a parlare con loro e non mostra il suo odio. Egli loda in faccia chi di dietro ha fatto a pezzi ed esprime la sua partecipazione a chi ha avuto la peggio [in un processo]. Mostra indulgenza con chi sparla di lui e per le brutte cose dettegli contro. Con le persone che hanno subito un torto e sono arrabbiate, parla in modo mite. Se uno ha premura di parlargli, gli fa dire di passare in un altro momento (2). Nulla fa sapere di ciò che sta facendo, ma dice che ci sta ancora pensando; fa sempre finta di essere appena arrivato, di aver fatto tardi, di non sentirsi bene. A coloro che lo pregano di un prestito o fanno una colletta, dice di non essere ricco (3), se vende (4) dice che non vende, se non vende dice di vendere. Qualunque cosa abbia sentito, nega; qualunque cosa abbia visto, dice che non lo ha visto, se ha fatto un'affermazione, dice di non ricordarsene. Di certe cose ora dice che ci sta pensando, di altre che non sa bene, di altre che è proprio una sorpresa. di altre che quella era proprio la sua idea. Soprattutto egli è specialista nell'usar frasi del genere «non ci credo», «non capisco proprio», «sono stupefatto», «sei tu a dire che la cosa è andata diversamente», «questo a me non lo ha proprio detto», «la cosa mi sembra paradossale», «vallo a raccontare ad un altro», «proprio non mi è chiaro se non devo credere a te o se devo far torto all'altro», «stai attento a non dar fiducia troppo rapidamente!».
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1) I titoli nell'originale indicano non la persona ma la caratteristica astratta; per antica tradizione si usa però tradurre nel tipo di persona descritta; in questo caso il titolo originale è "eirõneia" che però nulla ha a che vedere con la nostra "ironia". È piuttosto l'arte di simulare, ma solo ai fini della propria tranquillità; noi diremmo forse che siamo di fronte ad una persona non impegnata. La prima frase è di difficile comprensione: forse Teofrasto vuol dire che questo tipo di persona accetta di essere stimato uomo da poco pur di non impegnarsi.
2) Ovviamente per potersi preparare
3) Altri leggono "dice di non essere in grado di..".
4) O, più genericamente, "se fa affari".

II
L'ADULATORE

L'adulazione potrebbe definirsi un comportamento riprovevole che giova all'adulatore. L'adulatore è una persona che trovandosi in compagnia di un altro dice: «Hai notato come la gente ti guarda? Questo nella nostra città non capita a nessuno salvo te; ieri sotto i portici (1) ti hanno lodato». E continua dicendo che più di trenta persone erano là sedute ed era caduto il discorso su chi fosse il cittadino migliore; e dal primo all'ultimo tutti avevano concordato su lui ed il suo nome. Così dicendo gli toglie un filo dal mantello e se per il vento gli finisce una pagliuzza fra i capelli, la toglie via e dice sorridendo: «guarda, in due giorni che non ti ho incontrato, hai la barba piena di peli bianchi, eppure per la tua età hai ancora capelli neri come nessun altro» . E quando Lui (2) inizia a parlare, l'adulatore subito impone agli altri di tacere, poi lo loda quando sa di essere udito ed esclama «giusto, verissimo», quando Lui finisce di parlare; egli ride di una sua freddura e si preme il mantello sulla bocca come se non riuscisse a frenare il riso. Quando incontrano dei passanti li fa fermare finché Lui sia passato. Ai bambini di Lui compra mele e pere, le porta con sé e le regala loro quando Lui può vederlo, li bacia e poi esclama «Frugoletti, che padre d'oro avete!» . Va con Lui a comperar le scarpe e dice che egli ha un piede più elegante dei sandali. Se Lui va in visita, l'adulatore corre avanti (3) e dice: «Ecco, Lui viene da te» e poi torna indietro per dire «Ti ho annunziato». Naturalmente si affanna anche per fare per lui compere al mercato delle donne (4) [e gli fa la spesa e noleggia flautiste (5)]. Quando sono a tavola è il primo a lodare il vino e continua a ripetere «quanto è squisito da te il vino» e prendendo qualche cibo dalla tavola esclama «ma quant'è buono!». E poi gli domanda se sente freddo, se non vuol coprirsi un po' di più e se per caso non gli deve mettere indosso qualcosa. Così dicendo si china verso di lui e gli mormora nell'orecchio e guarda verso di Lui rapito, anche se sta parlando con altri. In teatro toglie i cuscini di mano allo schiavo e li accomoda lui stesso sotto al compagno. E poi dice che la Sua casa è una bellissima costruzione, che i Suoi poderi sono come un giardino, che il Suo ritratto è parlante.
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1) Lo stoà di Atene, detto loggiato o portico del Pecile, era famoso.
2) Il testo usa il termine autòs (lui, esso stesso), impiegato dagli studenti per indicare il maestro o dai servi per indicare il padrone.
3) Compito riservato ai servi.
4) Parte del mercato ove gli uomini, salvo gli schiavi, comperavano di rado.
5) Testo presente solo in alcune versioni.

III
CHI PARLA A VANVERA

Il parlare a vanvera è l'espressione di discorsi lunghi e sconclusionati e il chiacchierone è uno capace di andarsi a sedere accanto ad uno sconosciuto e di cominciare a sciorinargli il panegirico della propria moglie. Poi gli racconta ciò che ha visto in sogno quella notte, poi passa in rassegna particolareggiata ciò che ha mangiato a pranzo. E poi, avviandosi, comincia a dire quanto siano peggiorati gli uomini moderni rispetto a quelli di prima, quanto sia calato di prezzo l'orzo sul mercato, quanti stranieri ci siano in città, e che il mare comincia ad essere navigabile dopo le feste Dionisie (1). E che se Giove facesse piovere un po' di più, sarebbe un gran bene per il raccolto. E che l'anno dopo si prenderà un campicello, che la vita è dura, che Damippo aveva portato la fiaccola più grossa alla feste dei Misteri, e quante colonne ci sono all'Odeon (2). E ancora «Ieri ho dovuto prendere l'emetico», «ma oggi che giorno è?», e che la festa dei Misteri è nel mese di Boedromione (settembre-ottobre), le Apaturie nel mese di Pianepsione (ottobre-novembre), le Dionisie campestri nel mese di Poseidone (dicembre- gennaio) (3). E se uno gli rimane vicino, non lo molla più.
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1) Le Dionisie urbane cadevano tra marzo ed aprile e riprendeva la navigazione, molto ridotta d'inverno.
2) L'Odéion era un teatro coperto fatto costruire da Pericle.
3) Tutte cose ovvie, come dire che Natale è in dicembre.

IV
IL CONTADINACCIO

Il comportamento contadino è un'ignoranza incivile e il contadinaccio è uno che prima si beve una dose di Kukeon (1) e poi se ne va all'assemblea popolare. Egli sostiene che l'unguento di mirra non odora meglio del timo. Porta scarpacce molto più grandi del suo piede; quando parla, sbraita. Non si fida né degli amici né dei familiari, ma poi confida ai servi le cose più importanti; ai salariati che lavorano nei suoi campi racconta tutti gli affari dell'assemblea popolare. Si mette a sedere con il mantello rialzato fin sopra al ginocchio e mostra le sue parti nude. Per strada non si ferma a guardare nulla e non si stupisce di nulla, ma se vede un asino o un bue o un becco, si ferma incantato a guardarli. Quando va in dispensa a prendere qualcosa, la trangugia subito e ci beve sopra un bel po' di vino puro. Con la macinatrice di cereali se la intende (2) e poi va con lei a pestare il grano per sé e per tutta la famiglia. Mentre fa colazione va a buttare il foraggio al bestiame (3). Egli va da sé ad aprire la porta, chiama il cane, lo afferra per il muso e dice «ecco chi fa la guardia al podere ed alla casa» . Quando gli vengono restituite delle monete, le rifiuta, dicendo che sono tosate (4), e se le fa cambiare subito con altre. Se poi ha dato in prestito o l'aratro o un cesto o un sacco, va a richiederli anche di notte, se, svegliatosi, gli sono tornati in mente. Quando scende in città domanda al primo che incontra quanto costano le pelli o il pesce salato, se oggi si festeggia la luna nuova, e racconta subito che giù vuol farsi tagliare i capelli e poi cantare nel bagno pubblico, e far rinchiodare i sandali e, già che è per strada, comperar pesce salato da Archia.
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1) Era un beverone di vino, farina, miele, formaggio forte, menta e cipolla usato come purgante e che appesantiva notevolmente l'alito!
2) Frase poco chiara; la donna che pestava i cereali era una schiava che fungeva da cuoca.
3) Altri, più sensatamente leggono "mentre mangia, getta parte del suo cibo agli animali".
4) Il termine greco è "lebbrose" il che indica monete ruvide perché consumate o tosate.

V
QUELLO CHE VUOL ESSERE GRADITO

La smania di rendersi utili è, per definizione, una forma di condotta rivolta a compiacere, ma non nell'interesse di chi agisce. Il compiacente infatti è uno che saluta l'amico da lontano, lo chiama «illustrissimo» e lo tratta con ammirazione. Lo prende con entrambe le mani e non lo molla più, lo accompagna per un tratto, gli chiede quando potrà andarlo a trovare e si congeda con molti complimenti. Convocato a far da arbitro, vuol essere gradito non solo a quello che lo ha nominato, ma anche alla controparte, per apparire imparziale. Sostiene che i forestieri giudicano in modo più giusto dei cittadini (1). Quando è invitato ad un pranzo, vuole che l'ospite chiami i suoi bambini e quando entrano dichiara che assomigliano al padre come una goccia d'acqua (2), e alcuni li chiama a sé e li copre di baci e gioca con loro a «otre e scure» (3) e lascia che gli altri si addormentino sulla sua pancia, anche se ciò, naturalmente, lo schiaccia. Va dal parrucchiere in modo esagerato, ha sempre i denti bianchi, cambia spesso di mantello, così da apparire sempre pulito, e si cosparge di profumi. Al mercato si mette vicino ai banchi dei cambiavalute [molto frequentati], nel ginnasio si mette dove si allenano i ragazzi, in teatro, se vi è spettacolo, siede vicino agli strateghi (4). Per sé non compera nulla, ma per i suoi amici non risparmia: per quelli a Bisanzio olive, per quelli a Cizico cani spartani, per quelli a Rodi miele dell'Imetto, e poi lo racconta a tutta la città. Naturalmente è capace di tenere in casa una scimmia o di comperarsi un uccello raro, colombe siciliane, dadi di osso di gazzella, fiale ben tornite per creme da Turio, bastoni ritorti da Sparta, un tappeto con intessute figure persiane o di avere una piccola palestra con la sabbia o uno sferisterio. Queste le lascia poi a disposizione dei filosofi, dei sofisti, degli schermidori e dei musicanti per le loro rappresentazioni e lui stesso arriva tardi, così che uno spettatore possa dire a quello sedutogli vicino: «è lui il proprietario della palestra».(5)
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1) Testo poco chiaro; forse intendeva dire che dice ciò ai forestieri.
2) In greco si diceva «come un fico» .
3) Gioco sconosciuto, ma che certamente corrisponde al gioco di prendere il bambino, alzarlo in aria e poi far finta di lasciarlo cadere a terra.
4) Le principali autorità di Atene.
5) Alcuni assegnano questa frase al carattere XXI

VI
IL PRIVO DI SCRUPOLI

La spudoratezza (1) è l'insistere in azioni e parole vergognose; lo spudorato è quindi uno che giura come niente fosse, è malfamato, tira accidenti ai potenti; per carattere è un uomo da piazza, un esibizionista (2), uno capace di tutto. Per lui è del tutto naturale ballare il cordace anche se non ha bevuto e danzare senza maschera nei cori comici (3). Negli spettacoli dei saltimbanchi va in giro a chiedere la moneta di rame ad uno ad uno e poi litiga con quelli che [non] hanno il biglietto (4) e vogliono guardare gratis. Fa il taverniere, il ruffiano, il gabelliere e non rifiuta alcun traffico per quanto riprovevole, ma anzi per lui è cosa naturale fare il banditore, il cuciniere, il giocatore d'azzardo, lasciar morire di stenti la madre, farsi acchiappare sul fatto come ladro, passar più tempo in galera che a casa. Fa parte della categoria di quelli che raccolgono attorno a sé persone e le sobillano, sbraitando, lanciando improperi, discutendo, e la gente un po' si accosta per sentirlo, un po' se ne va senza dargli retta. Ma lui ad uno dice l'inizio del discorso, ad un altro una mezza parola, ad un altro ancora un'altra parte della questione e crede che tutta la sua arroganza spicchi solo se lo circonda l'intero popolo della festa. È uno di quelli che ora intenta un processo come attore, ora è citato come convenuto, ora se la cava con una dichiarazione giurata, ora compare con la capsula dei documenti in seno e un fascio di scritti in mano. Non ha ritegno a dare incarichi a più gente da piazza (5) e subito dopo di far loro prestiti, pretendendo per una dracma tre oboli e mezzo al giorno (6); e dopo batte le osterie, i banchetti del pesce fresco e del pesce salato e infila nelle guance le monete raccolte come interessi.
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1) Letteralmente "la mancanza di senno".
2) Parola di significato incerto; o chi solleva il vestito , ma anche il sobillatore.
3) Non è chiaro se si intende persone con biglietto omaggio oppure senza biglietto.
4) Il cordace era una danza sconcia, confacente solo ad ubriachi
5) Non è chiaro a che soggetti ci si riferisca
6) Vale a dire il 25 per cento al giorno!

VII
IL LOQUACE SECCATORE

La loquacità, per chi volesse definirla, sarebbe una intemperanza nel parlare; e il loquace è uno che attacca discorso con tutti quelli che incontra (1) e se l'altro gli risponde qualche cosa, gli dice che: «no, no, non è proprio così», e che lui invece sa bene come è andata e che se lo sta a sentire, lo saprà anche lui. E mentre l'altro gli fa un'obiezione, egli lo interrompe: «Che stavi dicendo? Non ti dimenticare di ciò che volevi dire! - Bravo che me lo fai ricordare! - Certe volte fa proprio bene a parlare assieme. - Questo è proprio quello che volevo dire io. - Hai capito subito qual è la questione. - È tanto che aspetto per vedere se tu arrivi alle mie stesse conclusioni» e spara altre simili frasi, senza lasciar tempo alla sua vittima di riprender fiato. E dopo aver esaurito la gente alla spicciolata, è capace anche di affrontare la gente che si trova in gruppi e li mette in fuga nel bel mezzo dei loro affari. Egli va nelle scuole e nelle palestre e impedisce ai ragazzi di imparare, tanto parla con gli allenatori ed i maestri. Se uno dice che deve andar via, egli lo accompagna e non lo molla fino a casa. Quando egli ha udito qualcosa di ciò che è accaduto all'assemblea popolare, la racconta a tutti e, per giunta, ci aggiunge anche il racconto della battaglia oratoria al tempo dell'arconte Aristofonte [o di quella degli spartani sotto Lisistrato (2)], e con quali discorsi egli stesso ottenne un applauso dal popolo. E nel dire ciò c'infila anche invettive contro la plebe così che gli ascoltatori perdono il filo o si addormentano o se la svignano. Quando siede tra i giudici ostacola la pronunzia della decisione, agli spettacoli impedisce di vedere e sentire, quale commensale non lascia mangiare; perché, egli dice, che è duro per uno loquace di tacere, che la lingua si muove da sola, che egli non riuscirebbe a tacere neppure se la gente lo considerasse più garrulo di una rondine. Egli si fa prendere in giro persino da suoi figli che quando non riescono a prender sonno gli dicono «papà, chiacchiera ancora un po', così che ci addormentiamo» .
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1) Alcuni intendono "che interrompe chi apre la bocca per parlare".
2)Lacuna ricostruita in modo poco credibile.

VIII
IL CONTABALLE

Il contar balle è il mettere assieme storie e fatti inventati che il narratore vorrebbe far credere (1); il contaballe è uno che imbattendosi in un amico subito dà la stura e con aria compiaciuta chiede (2): «Da dove vieni? Che c'è di nuovo? Che cosa ne dici? Sai qualche cosa di nuovo su quella questione?». E poi scivola su altre domande: «Si racconta qualche novità? Davvero che queste sono delle belle novità» e poi, senza neppure attendere la risposta, dice: « Che cosa ne dici? Ma non ha proprio sentito dir nulla? Credo che sono io a poterti dire un bel po' di novità» . E ci ha subito pronto un soldato o uno schiavo del flautista Asteo o l'appaltatore militare Licone (3), giunti or ora con novità dal teatro di guerra. E racconta ciò che egli avrebbe saputo da costoro. I suoi discorsi sono tali [basati su simili testimonianze] che nessuno potrebbe trovarvi qualcosa a ridire. Egli racconta che Poliperconte e il re avrebbero vinto la battaglia e che Cassandro sarebbe stato fatto prigioniero (4). Se però uno gli chiede: «Ma tu ci credi proprio?», egli risponderà che il fatto viene già strombazzato in tutta la città, che ha già fatto il giro della città, che tutti sono d'accordo nel raccontare la stessa cosa, e che ci si è cacciati in un bel guaio. Lui se ne è accorto dalla faccia dei responsabili, che si vede come sono tutti cambiati. Egli dice anche di aver saputo in confidenza che qualcuno di loro nasconde un uomo in casa, venuto dalla Macedonia già cinque giorni fa e che sa tutto a puntino. Egli racconta tutti i particolari e fa mostra di soffrire, così che gli si crede: «Povero Cassandro, come sei perseguitato dalla sorte. Ti accorgi ora com'è la ruota della fortuna? Invano sei stato potente!» Ed ancora: «Mi raccomando, sei solo tu a saperlo!» e intanto lo ha già raccontato a tutta la città.
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1) Alcuni integrano il testo in altro modo e traducono "fatti con cui il narratore vuole sminuire il buon nome di cui gode il suo avversario."
2) Altri intedono "con aria saputa", oppure "con aria significativa".
3) Tutte persone di poco conto che seguivano l'esercito senza compiti militari.
4) Ad Atene vi era il partito oligarchico che sosteneva Cassandro per la conquista del trono della Macedonia; la storia della battaglia è inventata, ma poteva apparire credibile.

IX
L'ARRAFFONE IMPUDENTE

Questa passione consiste, per definirla, nello spregio della propria reputazione per desiderio di un vile guadagno. E l'arraffone è così spudorato da andare a richiedere un prestito prima di tutto a chi ha già fregato una volta [....]. Quando sacrifica agli dei, va poi a mangiare in casa d'altri e la sua carne la mette sotto sale. E porta con sé anche il suo schiavo, gli serve la carne e il pane che prende dalla tavola altrui e gli dice anche «Dai, Tibìo, [mangia] e che buon pro ti faccia!» Quando va a comperare la carne ricorda al macellaio di quella volta che gli fece un piacere. Si mette vicino alla bilancia e dopo la pesata ci butta sopra ancora una giunta di carne o almeno un osso per il brodo e se gli va bene, meglio, altrimenti agguanta ancora un pezzo di trippa dal banco e scappa sghignazzando. Per conto dei suoi ospiti (1) compra un posto a teatro e poi va con loro a guardare, senza pagare la sua parte e il giorno dopo ci porta anche i figli e il pedagogo. Se qualcuno ha comprato a buon prezzo, pretende di entrare a far parte dell'affare. Va poi in casa d'altri a prendere in prestito ora orzo, ora paglia, e costringe costoro, se la rivogliono, ad andarsela a riprendere a casa sua (2). È persino capace nei bagni pubblici di andare alle tinozze di rame, di riempirsi da solo una brocca, tra le grida di protesta del bagnaiolo, e di rovesciarsela da solo addosso, dicendo che ormai ha fatto il bagno. E quando se ne va gli dice ancora: «Che fai, offendi anche? allora la mancia te la sogni! ».
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1) Ovviamente con i loro soldi
2) Alcuni intendono "e pretende che glieli portino a casa sua".

X
IL TIRCHIO

La tirchieria è il risparmiare esageratamente in tutto ciò che ha a che fare con gli averi . E il tirchio è quegli che già a metà del mese si presenta già alla casa del debitore per incassare un mezzo obolo [d'interessi]. In una tavolata [alla romana] conta quanti bicchieri ciascuno ha bevuto e fra tutti gli ospiti è quello che fa l'offerta più piccola a Diana. Se alcuno ha comperato per lui qualche cosa a buon prezzo e gli dà il conto, egli sostiene che è ancora troppo caro. Se uno schiavo gli rompe una vecchia pentola o una scodella, gli riduce il vitto per rifarsi. Se sua moglie dovesse perdere una monetina, è capace di mettere sottosopra tutto l'arredo e di perquisire letti, casse e veli (1). Se vende qualche cosa, mette un prezzo così alto che l'acquirente ci ricava ben poco. È chiaro che non permetto a nessuno di raccogliere fichi dal suo orto, di passare per i suoi campi o di raccogliere una sola oliva o un solo dattero caduti dai suo alberi. Ogni giorno va a controllare se le pietre di confine sono ancora al loro posto. Dai debitori pretende gli interessi per ogni ritardo e gli interessi sugli interessi. Quando gli tocca di offrire il banchetto [del proprio demo], taglia la carne a pezzettini già prima di servirla. Se va a comperare la carne, torna a mani vuote. Alla moglie vieta di imprestare sale, lucignolo, cumino, origano e neppure orzo né bende né pasta per i sacrifici e le dice: «Anche queste piccolezze, alla fine dell'anno fanno un bel po'» . [In somma, le casse dei tirchi sono ammuffite, le chiavi arrugginite, essi portano vestiti più corti delle gambe, si ungono con ampolline piccolissime, si tagliano i capelli a raso, a mezzogiorno vanno ancora scalzi e litigano con i lavandai perché usino molta argilla e le macchie non tornino fuori] (2)
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1) Alcuni correggono veli in fessure del pavimento.
2) Frase di incerta attribuzione, omessa in alcuni testi.

XI
IL MALEDUCATO

Non è difficile definire la maleducazione che è un modo di scherzare grossolano ed urtante. Il maleducato è uno che per la strada incontrando una signora, alza il mantello e lascia vedere le vergogne. In teatro applaude quando gli altri ascoltano e fischia gli attori che gli altri gradiscono. E quando in teatro vi è silenzio, si stira e rutta per far voltare gli spettatori. Quando il mercato è pieno, si piazza vicino ai banchetti delle noci, delle coccole di mirto o delle altre frutta e spilucca, mentre ciarla con i venditori. E i presenti li chiama per nome anche se non li conosce. Se vede qualcuno andare di gran fretta, lo ferma. Se uno ha appena perduto un processo importante ed esce dal tribunale, va da lui e si congratula. Compra da mangiare solo per sé, noleggia una flautista e poi mostra a chi incontra i suoi acquisti e li invita (1). Se va dal barbiere o dal profumiere, racconta che si vuol ubriacare. [Se la madre va da un indovino, le rivolge parole di malaugurio. Nelle preghiere getta via il bicchiere per le libagioni e ride come se avesse fatto una prodezza. Quando gli suonano il flauto è il solo a battere le mani e accompagna canterellando e se la prende con la flautista perché ha smesso presto. Vuol sputare oltre la tavola e colpisce il coppiere.] (2)
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1) Forse solo per scherno.
2) Brano di incerta collocazione, assente in alcuni testi, in altri posto in fine al carattere XIX, ma con poca correlazione con il resto.

XII
L'INOPPORTUNO

L'essere inopportuni consiste nel fare cose nel momento sbagliato, così da risultare molesti per la gente e l'inopportuno è uno che va a raccontare le cose sue a chi ha da fare. Alla sua amata va a far la serenata quando essa ha la febbre. Ad uno che è stato condannato a pagare la garanzia [fatta per un altro], gli si rivolge e gli chiede di fare da garante per lui. Dovendo fare da testimonio, compare quando la causa è già decisa. Invitato a nozze, parla male del sesso femminile (1). Uno che è appena arrivato da un lungo viaggio, lo invita a fare una passeggiata. Arriva con un compratore disposto a pagar di più, quanto la vendita è già conclusa. Quando la gente [nell'assemblea] ha sentito e capito tutto, egli si alza e comincia a spiegare tutto da capo. Volentieri si immischia in faccende di altri che non vorrebbero, ma che per pudore non possono zittirlo (2). A coloro che stanno sacrificando e quindi hanno affrontato spese, va a chiedere gli interessi. Quando uno schiavo viene frustato, interviene e racconta che un suo schiavo una volta si era impiccato dopo essere stato picchiato in tal modo. Quando partecipa a un collegio arbitrale attizza la lite fra le due parti che già intendevano accordarsi. E quando decide di ballare va ad acchiappare uno che non è ancora brillo.
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1) Al banchetto di nozze erano presenti, eccezionalmente e ad un tavolo separato, le donne.
2) Cioè fa delle gaffes e, due frasi dopo, il menagramo.

XIII
L'IMPICCIONE ZELANTE

Certamente l'impicciarsi appare come una certa esagerazione nelle parole e nelle azioni a fin di bene; l'impiccione è quindi uno che si alza e promette ciò che non può mantenere. Se tutti sono d'accordo che una cosa è giusta, solleva obiezioni e viene contraddetto. Ordina allo schiavo di preparare [nel cratere] più vino di quanto i suoi ospiti possano bere. Va a dividere i litiganti che neppure conosce. Si offre volontario per indicare una scorciatoia e poi non è capace di trovar la strada. Si presenta al comandante e gli chiede quando intende schierar le truppe per la battaglia e gli chiede quale sarà la parola d'ordine per doman l'altro. Va dal padre e gli dice che la madre già riposa in camera da letto. Quando il medico ha vietato di dare vino all'ammalato, lui dice che vuol provare a curarlo proprio con esso. Se muore una donna [nella sua famiglia] egli scrive sulla lapide, oltre al suo nome, il nome di suo marito, di suo padre, di sua madre, e di che paese essa era e vi aggiunge anche che erano tutte persone rette (1). E quando deve prestar giuramento egli dice ai presenti: «ho già giurato tante volte in passato, io!»
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1) Di solito si metteva solo il nome del marito e, ovviamente, non si parlava dei vivi come se fossero già morti.

XIV
LO SVENTATO

La sventatezza (1) è, secondo la definizione, una torpidezza dell'animo nelle parole e nelle azioni e l'insensato è quindi uno che fa i conti con le pietruzze, tira le somme e poi chiede al vicino «Qual è il risultato?» . Sebbene sia citato in un processo e intenda comparire, se ne dimentica e va nei campi. Se va a teatro, rimane lì da solo addormentato. Quando ha mangiato troppo e si alza di notte per andare al cesso, si sbaglia e viene morsicato dal cane del vicino (2). Se ha ricevuto un oggetto e lo ha riposto egli stesso, poi lo cerca e non riesce a trovarlo. Quando gli si annunzia che un suo amico è morto e che deve andare da lui, si commuove, piange e dice «tanti auguri!». È capace di chiamare testimoni anche quando è lui a ricevere denaro di cui è creditore. In inverno brontola con lo schiavo perché non ha comperato i cetrioli. I suoi figli li costringe a lottare fra di loro ed a correre e li incita fino all'esaurimento. Quando in campagna cucina lui stesso le lenticchie, mette due volte il sale nella pentola e rende il piatto immangiabile. [Se Giove fa piovere, lui dice «Ma che bello lo splendore delle stelle» . E se queste splendono egli sostiene che la notte è più buia della pece, anche se gli altri dicono il contrario (3)]. E quando uno dice «Secondo te quanti cadaveri sono stati portati attraverso la porta Erìa?», egli risponde «Tanti quanti io e te mai potremmo desiderare» (4).
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1) Il termine "anaistesias" usato da Teofrasto potrebbe anche essere tradotto con insensatezza, stolidità, ecc.
2) La latrina, se c'era, si trovava quindi fuori di casa.
3) Frase molto corrotta e poco chiara
4) La porta Erìa era quella che portava al cimitero del Ceramico in Atene; la risposta dell'insensato è più adatta a chi parla di soldi che di morti.

XV
LO SCORBUTICO

La zoticheria è un comportamento sgarbato con le parole e lo zotico è, per l'appunto, chi alla domanda «Dove è questo o quello?», risponde «Non mi rompere le scatole» . Interrogato (1) non risponde. Vendendo qualche cosa egli non dice a che prezzo la offre, ma chiede «Che cosa ricevo?». Ed a coloro che nei giorni di festa, per fargli onore, gli mandano qualcosa in dono, dice: «Eh, non sarà proprio un regalo!» (2). Se qualcuno per sbaglio lo imbratta o lo urta o gli pesta un piede, non accetta scuse. Se una amico gli chiede di contribuire ad una colletta, dice che non darà nulla; poi va egli stesso a portare i soldi e dice: «Ecco degli altri soldi perduti» . Se per la strada inciampa in un sasso, lo maledice. Non è capace di attendere [gli altri] un po' di tempo. Non ha mai voglia né di cantare né di fare un discorso, né di ballare. E non ha l'abitudine di pregare gli dei.
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1) Si potrebbe intenderere anche "salutato".
2)Altri leggono il testo greco come se dicesse "Eh, non ho bisogno di questi piccoli doni".

XVI
IL SUPERSTIZIOSO

La superstizione è chiaramente una paura di fronte alla divinità e il superstizioso è uno che, quando incontra un funerale, si lava le mani, si spruzza con l'acqua lustrale, infila una foglia di alloro in bocca e gira con quella per tutto il giorno. Se una donnola gli attraversa la strada, non va più avanti finché qualcun altro non gli si sia passato avanti oppure fino a che egli non ha gettato tre sassi lungo la traccia, oltre la strada. Quando vede in casa una serpe e si tratta di un serpente-guancia (1) invoca [Dioniso] Sabazio; se è una serpe sacra, allora innalza subito sul posto un piccolo altare. Quando passa vicino alle pietre unte che sono nei crocicchi, ci versa sopra un po' d'olio da una fiaschetta, cade in ginocchio, bacia la pietra e solo dopo di ciò passa oltre. Se un topo ha rosicchiato il sacco [di cuoio] della farina, va dall'indovino e gli chiede che cosa deve fare e se questo gli risponde di far rappezzare il sacco dal sellaio, non gli basta, ma torna a casa a fare un sacrificio [propiziatorio]. È solito purificare spesso la casa perché, dice, vi è stato un sortilegio di Ecate (2) . Se quando egli passa, le civette si agitano e schiamazzano, dice «Atena trionfi» e solo dopo va avanti. Non ha il coraggio di avvicinarsi né ad una tomba né ad un cadavere né ad una puerpera, ma sostiene che egli preferisce non contaminarsi. Il quarto e il settimo giorno del mese (3) ordina ai suoi di bollire vino e lui stesso esce a comperare coccole di mirto, incenso, focaccette sacre e poi entra in casa e inghirlanda le teste di Ermes; per tutto il resto del giorno è fuori di sé. Se per caso ha sognato, corre dall'interprete, l'indovino, l'aruspice, per chieder loro quale dio o quale dea debba pregare. Ogni mese va con sua moglie dagli Orfeotelesti (4) per farsi iniziare e se la moglie non ha tempo, porta la balia e i bambini. E si direbbe essere uno di quelli che si purificano diligentemente spruzzandosi con l'acqua del mare. Quando, come capita, ad un crocevia vede uno di quelli con le corone d'aglio (5), corre a casa, si lava da capo a piedi, chiama una sacerdotessa, e si fa purificare con la scilla o con un cagnolino (6). Quando vede un pazzo o un epilettico, rabbrividisce dalla paura e si sputa nelle pieghe della veste.

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1) Tipo di serpente non individuato.
2) Frase di dubbia interpretazione.
3) Erano due giorni infausti.
4) Sacerdoti che iniziavano ai misteri orfici, piuttosto malfamati perché seguivano un culto non ufficiale..
5) Forse ladri di offerte o gli spazzini che portavano via le offerte putrefattesi sotto le statue ai crocevia.
6) Forse una cerimonia di purificazione con l'uso di un cane, vivo o morto.

XVII
IL BRONTOLONE

L'incontentabilità è un trovar da ridire contro convenienza e ragione sulle cose che ci vengono date e l'incontentabile è uno che all'amico il quale gli manda una porzione del suo pranzo, dice al portatore: « È per negarmi invidiosamente un cucchiaio di zuppaccia e delle gocce di vinello che hai evitato di invitarmi a pranzo?». Quando la sua amica lo bacia egli dice: «Vorrei proprio sapere se tu mi ami anche con tutto il cuore» . Se la piglia con Giove non perché piove, ma perché ha fatto piovere troppo tardi. Se trova per la strada una borsa con denaro dice: «A me non capita mai di trovare un tesoro!» . Dopo aver contrattato a lungo con il venditore riesce a comperare a buon prezzo uno schiavo, ma dice: «Vorrei proprio sapere se c'è qualcosa di buono in una cosa comperata così a buon prezzo!» . E a quello che gli reca la notizia che gli è nato un figlio, egli dice: «E aggiungi anche: la metà del tuo patrimonio se ne va; ché questa è la verità» . Se ha vinto un processo con i voti unanimi, rimprovera all'avvocato di aver trascurato molti argomenti giusti. Quando gli amici gli portano la somma raccolta per un prestito e gli dicono «Sta' allegro» lui risponde «E come? Io che devo pur restituire il denaro a tutti e per giunta ringraziare come se mi fosse stata fatto un beneficio?».

XVIII
IL DIFFIDENTE

La diffidenza è un sospetto di disonestà verso tutti e il diffidente è uno che manda uno schiavo a comperar provviste e un altro schiavo dietro, per scoprire quanto le ha pagate. Egli porta da sé il danaro (1) e a ogni stadio (2) si mette a sedere e conta per vedere quant'è. Alla moglie, quando sono già a letto, chiede se ha chiuso lo scrigno dei soldi, se la cassa del vasellame era stata chiusa e se è stato messo il catenaccio alla porta del cortile; ed anche se lei lo conferma, egli si alza tutto nudo dal letto e scalzo, con una lanterna in mano, corre tutt'in giro e controlla tutto, tanto che riesce appena a dormire. Dai suoi debitori va ad incassare gli interessi con testimoni, così che essi non possano negarglieli (3). Il suo mantello non lo dà al miglior cardatore, ma a quello che ha un buon garante. Quando uno va a chiedergli in prestito delle coppe, se può rifiuta, se si tratta di un parente o di un amico, gliele presta solo dopo aver fatto la prova del fuoco (4), averle pesate e quasi aver ottenuto per esse un garante. Lo schiavo che lo accompagna non lo fa camminare dietro, ma sempre davanti a lui per evitare che se la svigni per strada. Se qualcuno ha comperato da lui una cosa e chiede: «Quanto fa? Segnalo nel libro che ora non ho tempo», riceve come risposta: «Non prenderti la noia di mandarmi il denaro; ti accompagno io finché tu abbia trovato il tempo» .
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1) Di solito esso veniva affidato allo schiavo.
2) Poco meno di duecento metri.
3) I testimoni potranno confermare la sua intimazione di pagare
4) Forse per far controllare che non avevano già lesioni. Alcuni correggono in modo da leggere "dopo avervi inciso il suo nome a fuoco"; soluzione ragionevole se si considera che queste coppe, se venivano pesate, dovevano essere di metallo.

XIX
LO ZOZZONE

La sozzeria è una trascuratezza del corpo che provoca disgusto e il disgustoso è colui che va in giro con la lebbra, con croste e con unghie deformi e sostiene che queste malattie sono congenite, ché infatti le avevano sua padre e suo nonno, e che non è facile sottrarsi alla propria razza. Come prevedibile è solito avere piaghe agli stinchi e bolle alle dita, che non cura, ma lascia prosperare. Sotto le ascelle e fino alle anche è peloso come un animale e i suoi denti sono neri e guasti, così da essere sgradevole e insopportabile. Ed ancora: mentre mangia si smoccola con le dita (1), mentre sacrifica si gratta (2), quando parla sputacchia dalla bocca, dopo aver bevuto rutta. Con sua moglie va a letto in lenzuola sporche (3). Nel bagno usa olio rancido [e poi gioca con gli altri (4)]; al mercato va con una spessa tunica sotto e con sopra un mantello trasparente pieno di macchie.
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1) Tutti usavano le dita, ma non a tavola!
2) Secondo alcuni "rosicchia le unghie"
3) Altri leggono "va a letto con i piedi sporchi".
4) Il testo dice letteralmente «per elevare le sue pulsazioni» ma non si capisce che cosa voglia dire; più logico pensare che egli tutto puzzolente si dedicasse a giochi ginnici in cui il sudore aggravava il suo stato!

XX
IL MOLESTO

La mancanza di tatto è, per definizione, un comportamento che provoca molestia ma senza danno; il molesto è quindi quegli che va da uno che si è appena addormentato e lo sveglia per fare quattro chiacchiere. Uno sta per partire [per mare] e lui lo trattiene. Uno va a fargli visita e lui lo prega di attendere finché ha finito di fare un giretto. Toglie il bambino dal collo della balia, mastica del cibo e glielo mette in bocca lui stesso (1), gli fa versi con la bocca, lo vezzeggia con nomignoli e lo chiama «bricconcello del papà» . Mentre si sta mangiando racconta di aver bevuto l'elleboro e di essersi vuotato di sopra e di sotto e che la bile nelle sue feci era più nera della broda che è sulla tavola . Ed alla presenza dei servi chiede: «Di' mamma, che giorno era quando ti presero le doglie e mi facesti?». Di se stesso egli afferma di essere un uomo piacevole ed uomo spiacevole, e che è difficile trovare un uomo che abbia entrambe queste qualità (2). [Invitato] comincia a dire che a casa sua ha una cisterna piena d'acqua freschissima e nel giardino molti ortaggi tenerissimi e un cuoco senza pari nel cucinare; e che la sua casa è come un albergo e cioè sempre piena di gente e i suoi amici come la botte senza fondo [delle Danaidi] perché per quanto egli si dia da fare, non riesce a riempirla. Quando ha degli invitati a casa sua, vanta quale bell'esemplare sia il suo buffone (3). E invitando i suoi ospiti a bere dice che ha preparato tutto per farli divertire e che, so lo desiderano, lo schiavo andrà a prendere «una di quelle» dal ruffiano «perché ci suoni qualcosa e ci faccia godere tutti» .
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1) Gesto usuale per la madre o la balia ma non per estranei.
2) Altri leggono: «e per lei risponde egli stesso dicendo che non è facile fare un uomo senza che vi sia piacere e dispiacere» .
3) Il termine greco è «parassita» e indica una specie di buffone professionista che veniva invitato alle feste per divertire gli ospiti.

XXI
IL VANITOSO

La vanità è lo sforzarsi per ottenere un tipo di onore indegno di un uomo libero e il vanitoso è colui che, invitato al banchetto, fa di tutto per essere seduto di fianco al padrone di casa. Manda il figlio fino a Delfi per il taglio dei capelli (1) e ci tiene a che lo accompagni uno schiavo negro. Se deve restituire una mina, si procura monete nuove di zecca. È capace di comperare per la sua gazza addomesticata una scaletta e di far fare uno scudetto di bronzo così che la gazza possa salire la scaletta con quello nel becco. Quando sacrifica un bue, appende la pelle della testa con le corna davanti alla porta e la fascia con grandi bende, in modo che tutti vedano che egli ha sacrificato un bue. Dopo la parata con i cavalieri, manda il servo a casa con tutti gli arnesi (2), ma lui, messo il mantello va a passeggiare su e giù per la piazza, con ancora gli speroni ai piedi. Se gli è morto il cagnolino maltese, gli fa costruire una tomba con una colonna e la scritta «Klados (3) di Malta» . Se ha dedicato un dito di bronzo nel tempio di Esculapio, va a lucidarlo ogni giorno e lo unge e lo circonda di corone. Naturalmente briga ed intriga coi suoi colleghi della pritanìa per essere quello che comunica al popolo l'esito del sacrificio e poi, rivestito di uno splendido mantello e con la corona in capo, si fa avanti e annunzia: «Cittadini ateniesi, noi Pritani abbiano eseguito il sacrificio alla madre degli dei; il sacrificio è stato degno e favorevole e voi ne riceverete i benefici» . Così parla e poi va a casa e racconta alla moglie che quello per lui è stato un giorno estremamente propizio.
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1) Con il taglio dei capelli, una cui ciocca veniva dedicata a un dio, l'efebo diventava uomo; ma non c'era bisogno di andare fino a Delfi.
2) La corazza e le armi.
3) Può essere il nome del cane o, più probabilmente, voleva dire «virgulto di Malta» .

XXII
IL TACCAGNO

La taccagneria è la mancanza di dignità pur di non spendere e il taccagno è quello che dopo aver vinto il premio come corégo, consacra a Dioniso solo una tavoletta di legno con sopra scritto solo il nome del dio (1). Quando [nell'assemblea] si propone che il popolo paghi soprattasse volontarie, egli si alza e se ne va alla chetichella. Quando dà in matrimonio la figlia, rivende tutta la carne de sacrificio, salvo quella che deve dare ai sacerdoti, e i servi per il pranzo di nozze li prende a nolo, vitto a loro carico. Come trierarca (2) stende sulla tolda le coperte del pilota e le sue le tiene riposte. Per la festa delle Muse non manda i figli a scuola, ma dice che sono ammalati, così che non debbano pagare alcun contributo. Quando ha dato il mantello a lavare, rimane a casa (3). Dal mercato porta a casa la carne egli stesso e la verdura la infila in un risvolto del mantello. Un amico sta facendo una colletta e gliene ha parlato prima: quando lo vede arrivare, gira l'angolo e va a casa facendo una lunga deviazione. Alla moglie, che pur gli ha portato la dote, non compera una schiava, ma le noleggia al mercato delle donne una schiava che l'accompagni solo nelle sue uscite importanti. Lui porta scarpe rattoppate più volte e dice che sono solide come il corno. Quando si alza da letto scopa lui stesso la casa e toglie le cimici dai letti. Quando si deve sedere, si toglie il mantello e lo rivolta e non ha nulla salvo quello (4).
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1) Il corego organizzava a sue spese il coro della tragedia; quando era premiato per l'organizzazione, si usava che dedicasse a Dioniso una lapide di marmo con i nomi del poeta, il titolo della tragedia, il proprio nome.
2) Comandante di una trireme; come tutti dormiva sulla tolda.
3) Perché ne ha uno solo.
4) Frase poco chiara; forse usava il mantello al posto del cuscino che veniva noleggiato dai custodi a teatro oppure si usava che lo schiavo portasse un cuscino.

XXIII
IL MILLANTATORE

La millanteria ci appare essere come l'attribuirsi qualità che non esistono e il millantatore è colui che stando sul molo [del Pireo] racconta ai forestieri quanto danaro ha per mare. Ed egli descrive con precisione l'importanza dei prestiti marittimi e di quanto ci ha guadagnato e perso. E mentre si riempie così la bocca, manda lo schiavo alla banca dove non ha che una dracma. Abbindola un compagno di viaggio raccontandogli di aver fatto una campagna con Alessandro e in che relazione era con questi e di quante coppe tempestate di pietre preziose ha riportato a casa. E sostiene che gli artisti dell'Asia sono migliori di quelli in Europa; eppure non si è mai mosso dalla città [di Atene]. Racconta come egli abbia già ricevuto tre lettere da Antipatro in cui vi è scritto che lo invitano ad andare in Macedonia. E dice che sebbene gli abbiano offerto di esportare senza dazi il legname, lui ha rifiutato per non essere denunziato [con calunnie] da qualcuno: «I macedoni avrebbero dovuto avere un'idea più intelligente! » (1). Racconta che durante la carestia ha distribuito più di cinque talenti (2) per i poveri tra i suoi concittadini «perché lui non poteva dire di no» . Quando siede fra estranei, vuole che uno di essi faccia i conti [con le pietruzze], fa le somme accuratamente di unità e migliaia (3), indica ad ogni voce dei nomi verosimili [di persone che hanno ricevuto danaro da lui], ed è capace di arrivare fino a dieci talenti. E dice che questa somma l'ha spesa per collette, senza tener conto delle trierarchie e delle liturgie (4). Quando va al mercato tratta per finta con i venditori, come se volesse comperare soli cavalli migliori. Dai venditori di stoffe cerca vesti per due talenti e strapazza il servo perché lo segue senza monete d'oro (5). Sebbene egli abiti in affitto, a quelli che non lo sanno, racconta di aver ereditato la casa dal padre e che la vuol vendere perché è troppo piccola per ricevere tutti i suoi ospiti.
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1) Una lezione più coerente porta a tradurre :"così che nessun delatore possa dire che lui simpatizza per i macedoni più di quanto si convenga ad un ateniese". In quegli anni il governo di Atene parteggiava per i Macedoni.
2) Un talento si suddivideva in 60 mine; ogni mina in 100 dracme e ogni dracma in sei oboli. Un talento corrispondeva a circa venti milioni di oggi, una mina a circa 300.000 lire, una dracma a circa 3.000 lire e un obolo a 500 lire.
3) La frase può essere intesa solo conoscendo il modo di far calcoli con pietruzze; in sostanza il millantatore ogni volta che dice il nome di una persona a cui avrebbe dato una mina fa collocare un sassolino nella prima colonna; raggiunto il numero di sei sassolini, questi vengono eliminati e ne viene posto uno nella seconda colonna; quando in questa si raggiungono dieci sassolini, si eliminano e si mette un sassolino nella colonna dei talenti.
4) Sono le contribuzioni private in favore della comunità per l'allestimento di cori o di navi.
4) Ad Atene si usavano monete d'argento!

XXIV
IL SUPERBO

La superbia è un disprezzo di tutti salvo che di se stessi; e il superbo è quello che ad uno che ha una cosa urgente [di cui parlargli]gli dice che potrà incontrarlo dopo pranzo, quando passeggia. Se ha fatto un piacere a qualcuno, gli dice che non se ne deve dimenticare (1). Le decisioni arbitrali che gli sono state affidate egli le decide per strada. Se viene eletto ad una carica, rifiuta e giura [solennemente] di non aver tempo (2). Mai vuol essere il primo a far visita ad altri. Invece i fornitori e noleggiatori li fa venire a sé all'alba. Per strada non parla con nessuno di coloro che incontra, ma se ne va con il capo chino o, al contrario, secondo l'umore, va a capo alto. Quando invita gli amici non mangia con loro, ma incarica uno dei suoi di occuparsi di ciò. Se parte per un viaggio, manda avanti qualcuno ad annunziare che egli arriva. Né quando si unge, né quando fa il bagno, né quando mangia, lascia entrare visitatori da lui. Se deve fare dei conti con qualcuno incarica lo schiavo di mettere i sassolini, di tirare le somme e di scriverle nel libro dei conti. Quando scrive per un incombenza non scrive mica «mi potresti fare il piacere», ma «voglio che sia fatto così» e «ho mandato da te a prendere» e ancora « sia fatto così che non può essere altrimenti», «con urgenza» .
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1) Frase molto incerta; alcuni leggono «dice che non se ne ricorda», altri che «dimentica i benefici ricevuti» .
2) Per rifiutare una carica importante bisognava giurare di avere un valido impedimento.

XXV
IL VILE

La viltà è una debolezza dell'animo dovuta a paura e il vile è quello che viaggiando per mare scambia gli scogli per navi di pirati. Appena si alzano un po' le onde comincia a chiedere se fra i passeggeri non ci sia qualcuno impuro (1). Poi va dal pilota e vuol sapere se tiene la rotta bene in mezzo (2) e come gli sembra che si metterà il tempo. Al suo vicino dice di essere in ansia per via di un sogno che ha fatto; poi si toglie la tunica (3) e la dà allo schiavo e poi supplica di essere scaricato a terra. Sul campo di battaglia quando la fanteria deve attaccare, chiama tutti vicino a sé e comanda che tutti si schierino attorno a lui e dice che è così difficile riconoscere quali siano i nemici. Se ode clamori e vede qualcuno cadere, dice a chi gli è attorno che per la smania [di combattere] ha dimenticato la spada, corre alla tenda, manda fuori lo schiavo con l'ordine di vedere dove sia il nemico, nasconde la spada sotto il capezzale e perde un sacco di tempo facendo finta di cercarla. Se dalla sua tenda vede portare un compagno ferito, corre da lui, gli fa coraggio e lo trasporta lui stesso. Poi lo cura, gli lava le ferite, si siede accanto a lui, scaccia le mosche e fa qualsiasi altra cosa piuttosto che combattere contro i nemici. Quando la tromba dà il segnale d'attacco, egli rimane seduto nella tenda e dice «alla malora (4), costui non lascia dormire il poveretto con tutto il suo strombettare» . Macchiato del sangue delle ferite altrui, va incontro a quelli che tornano dalla battaglia e racconta come da un grande pericolo «io ho salvato uno dei nostri amici!» e fa entrare nella tenda dal ferito i compagni di paese e di tribù e ad ognuno racconta come sia stato lui stesso a portarlo con le sua mani nella tenda.
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1) E quindi portatore di sventure o menagramo.
2) Cioè lontano dalla costa e dagli scogli.
3) Per nuotare meglio in acqua; tutte azioni contraddittorie.
4) In greco «in malora ai corvi»; come dire «vai sulla forca» .

XXVI
Il REAZIONARIO

L'oligarchia appare essere una bramosia per il comando, fortemente orientata verso il potere e il vantaggio personale e l'oligarchico è quindi uno che quando il popolo [in assemblea] discute quali persone nominare come assistenti all'arconte per organizzare assieme a lui una delle feste solenni, interviene e dice che essi dovrebbero avere pieni poteri e quando gli altri propongono di nominarne dieci egli dice: «uno basta, ma deve essere un uomo con le palle» . E di tutti i versi di Omero ne ha ritenuto uno solo: «Pazzo è de' molti il regno, un solo comandi» . Altri non ne sa. E inoltre ha sempre in bocca discorsi reazionari del genere: « Noi dobbiamo trovarci assieme [riservatamente] e deliberare su queste cose e tenerci lontani dalla folla e dalla piazza e non dobbiamo più candidarci per incarichi pubblici e consentire poi che costoro ci biasimino o ci lodino» e «Nella città c'è posto solo per noi o per loro» . Verso mezzogiorno [quando il mercato è finito] esce di casa con il mantello ben accomodato, con i capelli tagliati di mezza misura e le unghie ben rifilate, incede nella strada dell'Odeon e dice: «A causa dei sicofanti (1) non si può più vivere in questa città» e « Nei tribunali siamo trattati male da una massa di corrotti» e «Io mi meraviglio di cosa cerchino coloro che hanno ancora voglia di immischiarsi nella politica (2)» e «Ingrata è l'opera di chi cerca di distribuire elargizioni in modo giusto (3)» . E si vergogna quando all'assemblea si va a sedere vicino a lui un morto di fame, tutto sudicio. E dice: «Quand'è che finiremo di rovinarci con liturgie e allestimenti di navi?», «Maledetta la genìa dei demagoghi» . Egli sostiene che è stato Teseo a portare per primo la sventura sulla città quando aveva riunito in una sola le masse di dodici città e eliminato il potere regio. E che ben gli stette, se per primo fu eliminato da costoro. E questo e di peggio dice ai forestieri ed a quei cittadini che la pensano come lui.
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1) Accusatori di professione, per passione politica o per ricatto.
2) Altri intendono: "I politici di adesso, io vorrei proprio sapere che cosa vogliono".
3) Altri intendono: "Ingrata è la plebe, pronta a vendersi a chiunque fa elargizioni".

XVII
Il VECCHIO GIOVANOTTO

Il voler far da vecchio ciò che non si è fatto da giovani è una passione per affaticarsi in cose che non si confanno più all'età, come ad esempio chi all'età di sessant'anni impara brani [di tragedie] e poi quando vuol recitarle nei simposi, si impapera. Da suo figlio impara a fare «a destra, a sinistra, dietrofront!»(1). Per la festa degli eroi paga la sua quota per poter partecipare con i giovani alla gara di staffetta con le fiaccole. Se da qualche parte viene invitato nel tempio di Eracle, subito butta via il mantello e solleva il bue per poi rovesciargli indietro il collo [per il sacrificio]. Va nelle palestre di lotta e si esercita un po'. Va agli spettacoli di varietà [al mercato] e ci resta per tre o quattro rappresentazioni ad imparare a memorie le canzonette. Se viene iniziato al culto Sabazio, fa di tutto per apparire come il più bello davanti al sacerdote (2). Se è innamorato di una ragazza cerca di sfondarle la porta di casa con l'ariete, viene preso a botte da un rivale e finisce davanti al giudice. In campagna si mette a cavalcare un cavallo altrui, cerca di fare delle evoluzioni, cade a terra e si rompe la testa. Nel circolo dei decadisti (3) organizza feste per far baldoria assieme. Con il suo servo gioca a «grande statua» (4). Fa a gara con il pedagogo dei suoi figli nel tirare con l'arco e nei lanci e contemporaneamente gli dice che egli deve imparare da lui, come se l'altro non ne capisse nulla. Quando ai bagni pubblici si mette a lottare, dimena le natiche [come un professionista] per sembrare un esperto. E quando vi sono delle donne (5) si esercita a ballare e si fischietta la musica da solo.
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1) In greco i comandi erano «lancia», «scudo», «coda»; per dire «avanti» si diceva «fronte»
2) O, forse, "per farsi dare il premio di bellezza dal sacerdote".
3) Non si sa bene chi fossero; probabilmente giovani che si ritrovano il decimo giorno di ogni mese a far baldoria e toccava a loro invitare gli anziani.
4) Testo oscuro e gioco ignoto. Qualcuno intende: "posa da grande"
5) Forse deve intendersi «cori di donne che danzano» .

XXVIII
Il MALDICENTE

La maldicenza è un'inclinazione dell'animo a parlar male e il maldicente è uno che alla domanda «Il tale che tipo è?» risponde come fanno gli scrittori di genealogie con un lungo catalogo: «Prima di tutto voglio rifarmi alla sua origine. Suo padre originariamente si chiamava Sosia; fra i soldati divenne Sosistrato e dopo essere stato iscritto nelle liste dei cittadini diventò Sosidemo (1); la madre però è una nobile donna di Tracia o, almeno, la brava donna si chiama Crinocoraca (2). E se uno si chiama così, nel loro paese vuol dire che uno è nobile, almeno così si dice. Il tale stesso, come ci si può aspettare da una simile razza, è un fannullone farabutto». E nella sua malignità dice ad un altro: «Io me ne intendo, a me non la puoi dare a bere». E poi passa a far la rassegna: «Donne di questi tipo strappano in casa i passanti dalla strada» e «Questa casa è una di quella dove si allargano le cosce; e questa non è una battuta, come suol dirsi, ma quelle lo fanno come i cani per la strada» e «Insomma, poche parole, sono trappole per uomini» e «Quelle fanno entrare di persona stando sulla porta del cortile» . Se anche altri già sparlano, egli interviene e rincara la dose e dice: «Io odio quell'uomo più di ogni altro. Già al solo vederlo è ripugnante. La sua cattiveria gli fa ricercare i suoi simili. La prova: a sua moglie, che pur gli ha portato alcuni talenti in dote, ha assegnato tre miseri soldi di rame per la spesa solo dopo che gli ha partorito un figlio (3) e nel giorno di Poseidone la costringe a fare il bagno con l'acqua fredda (4)» . Quando siede in compagnia di altri, se uno si alza e se ne va, comincia subito a parlare di lui e, quando ha preso l'avvio, non si trattiene più e si mette a diffamare anche i suoi parenti. E di solito parla male anche dei propri parenti, degli amici, dei morti; il diffamare lo chiama libertà di parola, democrazia, libertà e questo è per lui una delle cose piacevoli della vita.
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1) Sosia era tipico nome di schiavo e poteva essere arrivato a fare il soldato e poi ad iscriversi tra i cittadini solo con maneggi poco chiari.
2)Le donne tracie erano di solito schiave o cortigiane; oscuro il gioco di parole sul nome Crinocoraka (bianca come il giglio - nera come il corvo). Forse era nome da cortigiana.
3) Dopo la nascita del figlio la dote sarebbe rimasta comunque in famiglia
4) La festa cadeva in dicembre.

XXIX
IL FURFANTE

La furfanteria è un desiderio di cose malvagie e il furfante è uno che frequenta gente che è stata riconosciuta colpevole e condannata in pubblici processi (1) ed egli crede di diventare più esperto e più temuto se sta con loro. Dei galantuomini dice che nessuno nasce per natura buono, che tutti sono eguali, ma se uno è buono gliene fa una colpa. Un farabutto lo definisce una persona libera e indipendente, solo che lo si volesse mettere alla prova, e ammette che in generale quello che si dice su quel tale è la verità, ma che su certi punti egli deve contraddire (2); perché, dice lui, quello ha delle buone doti, è un compagno fidato e furbo. E garantisce per lui: non ha mai incontrato una persona più in gamba. Egli prende le parti del colpevole (3) quando parla nell'assemblea popolare o nel tribunale e agli altri che siedono assieme a lui dice che non bisogna giudicare l'uomo ma solo i fatti. E dice che quello è il fedele cane da guardia del popolo perché tiene d'occhio gli ingiusti. E dice: «Presto non avremo più persone disposte a prendersi cura del bene pubblico, se eliminiamo questo qui» . Naturalmente fa il protettore di mascalzoni e, nei tribunali, il difensore (4) in processi indegni e, se gli capita di essere lui stesso giudice, rivolta le parole dei contendenti verso il senso peggiore.
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1) L'autore descrive il furfante politico. Da quanto detto più avanti si comprende che i suoi amici sono i sicofanti che non erano riusciti a provare le loro accuse ed erano stati condannati.
2) Altri intendono: "ma di sue particolari qualità negative non ne conosce".
3) Non è chiaro se ci si riferisca al soggetto già descritto che viene chiamato in giudizio, oppure si faccia generico riferimento a coloro che sono colpevoli.
4) Ci si poteva far difendere da un amico o da un parente.

XXX
L'AVARO SORDIDO

L'avarizia [di cui parliamo] è il darsi da fare per ottenere guadagni svergognati e questo tipo d'avaro è quello che non mette abbastanza pane davanti ai suoi ospiti e che è capace di prendere danaro in prestito dall'amico che ospita in casa. Quando fa le porzioni [della carne del sacrificio] dice che è giusto che chi fa le parti riceva una doppia porzione e subito se la fa per sé. Se vende vino ad un amico lo annacqua anche a lui. A teatro porta i propri figli solo quando i custodi lasciano entrare gratis. Se viaggia per una ambasceria pubblica, lascia a casa il danaro avuto dalla città (1) e si fa prestar soldi dai compagni d'ambasceria. Al suo servo poi carica sulle spalle un peso più grosso di quanto può portare e, tra tutti , è quello che gli dà meno da mangiare. Dei regali fatta all'ambasceria pretende la sua parte e poi la rivende. Nei bagni si unge e dice allo schiavo «quest'olio che hai comperato è rancido» e si unge con l'olio degli altri. Delle monete di rame che il suo servo trova, ne pretende la metà «perché Hermes è comune» . Egli dà il mantello a lavare, ne prende in prestito uno da un conoscente e lascia trascorrere più giorni del necessario [senza restituirlo], finché non glielo richiedono. Ed ancora: quando deve misurare le granaglie alla famiglia, egli usa ancora uno staio fidonico (2), per di più con il fondo infossato, e poi lo rasa ben bene. Egli vende sottoprezzo le cose di un amico che invece pensa di vender bene (3). Se deve restituire un debito di trenta mine, trattiene [come sconto] quattro dracme. Se i suoi figli, per malattia, non hanno potuto andare a scuola per tutto il mese, detrae l'importo corrispondente dalla mesata [del maestro]. Nel mese di Antisterione (febbraio) non li manda neppure a scuola perché ci sono troppi giorni festivi e così risparmia soldi. Quando lo schiavo gli porta i soldi per il suo noleggio, egli pretende persino la percentuale per il cambio delle monete di rame [in argento] e il contrario fa quando egli deve pagare il conto all'amministratore. Quando offre un banchetto alla sua fratrìa, pretende che i suoi schiavi vengano nutriti dalla cassa comune. Poi prende nota dei mezzi ravanelli rimasti sulla tavola così che non se li mangino i servitori. Quando fa un viaggio con conoscenti, si serve dei loro schiavi e i propri li noleggia fuori, ma non mette il danaro nella cassa comune. Nelle cene in comune organizzate a casa sua, mette in conto agli altri anche il legno, le lenticchie, l'aceto, il sale e l'olio [delle lampade]. Quando uno dei suoi amici si sposa o dà in nozze la figlia, parte in viaggio qualche tempo prima per non dover mandare un regalo. Dai suoi conoscenti prende in prestito cose che non si possono richiedere né riottenere.
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1) Erano tre dracme e quindi circa diecimila lire al giorno.
2) Vecchia misura più piccola di quella usuale, introdotta in sua sostituzione.
3) Frase di difficile comprensione: in sostanza l'avaro frega l'amico che lo ha incaricato di una vendita.

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