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Collana DI

Facezie e novelle

del Rinascimento

A cura di

Edoardo Mori

Testi originali trascritti o trascrizioni del passato restaurate

ELENCO  DEI TESTI SCARICABILI

PRESENTAZIONE

In questo mio sito ho creato il Corpus o Thesaurus della facezia e della novellistica italiana in prosa,  dal XI al XVI secolo; mi sono fermato alla Controriforma che spense per almeno un secolo la libertà di pensiero del Rinascimento.
Questa è la più grande opera di recupero di testi sull' argomento tentata dopo l'Ottocento. Vi si possono leggere 2300 Facezie di 15 autori  per 1564 pagine  e 2017 novelle di 34 autori per circa 16.000 pag. Ho aggiunto poi  13 testi complementari, essenziali per chi volesse approfondire l'argomentom, per 6400  pagine.  In totale sono 24.000 pagine comprese le varie prefazioni originali, spesso molto approfondite.
I testi sono tutti integrali ed ho conservato anche le introduzioni e presentazioni originali. Non sono riuscito a trovare l'intera raccolta delle 81 novelle di Piero Fortini e perciò pubblico solo ciò che ho trovato.
I testi originali sono stato trascritti o restaurati.
Trascriverli ha significato  trasformarli in formato testo con un programma di OCR, correggere gli inevitabile errori, e poi salvarli in PDF.
Il restauro è stato fatto sui testi di bassa qualità di stampa, la cui lettura con il programma di OCR avrebbe dato  risultati inaccettabili. Perciò, usando programmi  di grafica, ho restituito il colore bianco alle pagine ingiallite, ho tolto macchie, graffi, sottolineature e note di sciagurati lettori, ho tolto i timbri che altrettanto sciagurati bibliotecari imprimevano sul testo, cancellandolo, al fine di evitare il furto dei libri, ho rinforzato i caratteri sbiaditi. In sostanza le pagine sono ritornate allo stato originario, fresche di stampa. Non  ho potuto eliminare ì difetti dovuti a caratteri scadenti a o inchiostratura non perfetta.
Tutti i volumi salvo due, sono stati trasformati in un formato pagina moderno di 14,5x27,5 cm.  Spesso il formato originario era da libro "tascabile", oppure il riquadro del testo era piccolo, ma con grandi margini attorno.
Nel fare queste operazioni su alcuni libri digitalizzati da Google è sparita la relativa filigrana. Era cosa inevitabile e me ne scuso.
Ringrazio Google, Archive.org., Gallica e la Bibliotèque Nationale de France  per aver messo a disposizione del mondo una massa imponente di testi del passato. È triste pensare che molti dei testi li ho trovati tradotti in inglese, francese o tedesco e, solo con difficoltà, in italiano, e che le nostre biblioteche sembrano pensare che il patrimonio culturale sia formato da volumi da guardare ma non toccare, invece che dal loro contenuto da fornire senza limiti a tutti!
Ed è ancora più triste vedere che il diritto d'autore, mal pensato da gente che guarda solo ai propri interessi personali, consenta che sia vietato di riprodurre opere interessanti per la cultura, ma che sicuramente non hanno più alcun valore economico per il loro autore e che mai più verranno ristampate.
Le opere riportate hanno contribuito al miglioramento della lingua letteraria italiana, introducendovi modi e dire del popolo, in contrasto con quelle sciocche teorie (ad es. del Bembo) che volevano vincolarla a Dante e Boccaccio.

INTRODUZIONE
Mieulx est de ris que de larmes escrire,
pource que rìre est le propre de l’homme
                                               RABELAIS
Nel Rinascimento  ritorna la libertà di pensiero dell'uomo colto, gli uomini prendono conoscenza della potenzialità dell'individuo, sciolto da medievali opprimenti strutture e delle possibilità che ciascuno ha di farsi strada come principe, politico, capitano di ventura, commerciante, artista. È l'epoca dell'individualismo che tanto slancio darà allo sviluppo della società e della cultura. Peccato che il destino dell'individualismo sia di essere sopraffatto  dal predominio ondivago e incontrollabile delle masse.
La letteratura si slega dai molti schemi retorici del passato e si apre ad una specie di realismo: la vita  quotidiana di nobili e borghesi diventa oggetto di narrazione; facezie e novelle sono una specie di mezzo di comunicazione dell'epoca per trasmettere fatti dilettevoli, battute, scherzi. Le lunghe serate da passare assieme richiedono che vi sia chi sa narrare, chi sa intrattenere gli altri anche per ore raccontando cose interessanti e possibilmente allegre.
Argomento d'elezione è quello scandalistico e finalmente la nuova libertà consente di parlare di corna e di sesso e dei peccati del clero. La chiesa cattolica, non sapendo come spiegare il male presente nel mondo, non aveva saputo far di meglio che attribuire tutti i mali al sesso: questo si poteva fare solo per procreare e senza troppo godere, ma ogni altra attività era peccato di cui non si doveva parlare se non con il confessore, per non indurre altri in tentazione! Il sesso ovviamente si praticava in tutte le sue forme, ma si faceva finta che non  ci fosse. Il fatto che l'essere umano avesse scoperto (unico con le scimmie bonobo) che il sesso non significa solo riprodursi una volta all'anno era solo una invenzione del diavolo per fregare un po' di anime a Dio.
Ma una cosa deve essere chiara: né nelle facezie né nelle novelle non vi è nulla di pornografico; semplicemente si raccontando le cose come sono nella realtà, con parole usate dal popolo, dai commercianti, dai soldati, dai nobili. Si potrebbe parlare di un atteggiamento goliardico. Non vi è nulla che attualmente un bambino di 10 anni non senta e veda tranquillamente in televisione. Il fatto di parlare di sesso e di clero è solo un modo per sbattere in faccia ai censori la ritrovata libertà di pensiero espressione. Non vi è nessuna intenzione di lubricità o di ricerca dell'oscenità (salvo rarissimi casi come nei sonetti lussuriosi o nei dubbi amorosi dell'Aretino) e quindi solo un'ottusa volontà di censura poteva trovarvi qualche cosa di  riprovevole o di dannoso per la società. Eppure questa mentalità censoria è sopravvissuta fino ai tempi nostri con processi a Flaubert per Madame Bovary, a Nobile per "Quelle Signore" , negli anni 20, ad un giornalista che negli anni 50 si era permesso, in periodo di Anno Santo, di fare lo schizzo del sedere di una ballerina chiamandolo "Ano Santo", fino agli anni 60 in cui in televisione si evitava di parlare delle gambe del tavolo o delle poltrone! Fino ad allora imperava la regola che tutto ciò che poteva provocare una erezione al giudice o al censore era osceno e vietato!
Però, in base a questa regola, la facezia e la novella italiana, importantissime della storia letteraria italiana ed europea, diffuse oralmente fra il popolo, sono state letteralmente boicottate e si è dovuti arrivare all'800 perché si osasse ripubblicare queste opere in forma integrale, ma sempre in edizioni ristrette per amatori. Anche il Decamerone usciva in edizioni ampiamente ritoccate per non turbare i giovani prima del servizio militare e le ragazze prima del matrimonio.
Ho quindi cercato di riproporre queste opere, alcune delle quali già ampiamente note, altre che correvano il rischio di diventare introvabili.

LA FACEZIA
Questa è la più ampia raccolta di facezie, burle e motti del rinascimento italiano che sia mai stata tentata. Essa ha come unico scopo quello di fornire agli studiosi della storia della facezia o della barzelletta tutto il più importante materiale disponibile.
Il riso è un fenomeno tipico ed esclusivo dell’uomo perché richiede la consapevolezza di essere un individuo diverso dagli altri componenti del branco e con una propria individualità. Di sicuro i primi uomini radunati attorno ad un fuoco si divertivano a prendere in giro i più giovani o gli inetti e ridevano se a qualche loro consimile capitava un qualche cosa che consentiva all’osservatore di sentirsi superiore ad esso. E questa è forse la chiave per comprendere lo sviluppo delle facezia: il fatto di attribuire ad una persona un pensiero od una azione intelligente rende omaggio a quella persona, ma fa anche sentire il narratore compartecipe di tale intelligenza e superiorità, così come ci immedesima con uno sportivo o un attore di successo e si tifa per loro.
Per lungo tempo la barzelletta ha dovuto cedere il campo all’aneddoto; ben di rado si concepiva un fatto o una battuta che non avesse la forma di una piccola novella, con nome e cognome dell’interessato, luogo di svolgimento dell’azione. Vale a dire che non si concepiva la barzelletta astratta, quella basata su di un fulmineo accostamento di idee, talmente fuori dal tempo da divenire universale,
Eppure abbiamo la prova che questo tipo di barzelletta esisteva fin dall’antichità.
Possediamo un testo del III secolo dopo Cristo, il Philògelos (cuorcontento) scritto in greco antico, e che contiene 248 barzellette, quasi tutte nello stile che noi chiameremmo «sui Carabinieri »; solo che invece di essi, hanno come personaggio lo scolastico (l’intellettuale testa d’uovo), l’avaro, gli abitanti di varie città ( noi diremmo « di Cuneo »), ecc.
Non ci vuole molto a comprendere che già all’epoca era cosa usuale sfottersi a vicenda e che nei convivi, se non c’era riso ed allegria, ci si divertiva poco. La stessa storia letteraria greca e romana ci ha tramandato illustri esempi di comicità: Aristofane, Luciano, Plauto, Terenzio, gli Epigrammi di vari autori, farse popolari fliaciche e atellane,  ecc.; viene riportato che a Roma, nei teatri, si organizzavano gare di battute ed aforismi. La comicità popolare è continuata per tutto il medioevo con farse popolari e canti studenteschi e con quell’umorismo salace di cui è rimasta un’importante modello nel Dialogo di Salomone e Marcolfo o nel Testamento del maiale. Nel medioevo si assiste ad una certa censura nei confronti della comicità a sfondo sessuale, spesso rivolta contro gli eccessi del clero
Con l’Umanesimo e il Rinascimento l’umorismo adotta il modello novellistico con i fablieaux francesi e tutte le infinite raccolte italiane di novelle e novellette dal Sacchetti in poi. Avviene così che la battuta lascia il posto all’aneddoto, detta facezia, che termina con un finale più o meno arguto. Ma spesso vengono mescolate assieme facezie con burle, truffe, risposte taglienti. Lo scopo di queste opere non è solo il riso dell’uditore, ma il suo divertimento: il fatto di rappresentare persone che prevalgono per la loro intelligenza, arguzia, risposta pronta, suscita ammirazione e simpatia, narratore ed uditore si identificano con il personaggio, così come ci si identifica con l’eroe, e ne traggono soddisfazione.
Non bisogna dimenticare la duplice funzione di questi libri: da un lato sono un repertorio per chi in società sperava di migliorare la sua prontezza nel parare le battute altrui, ma dall’altro lato servivano per intrattenere i familiari e gli amici nelle lunghe serate invernali attorno al focolare. Il che spiega come attorno a una semplice battuta si costruisse talvolta una novella.
Non può certo stupire il fatto che il cuore della facezia italiana sia nella Toscana: il dialogo toscano è stato da sempre arguto, beffardo, provocatorio, scurrile, ricco di in-venzioni verbali; tradizione che ancora oggi prosegue ineguagliabile nel periodico livornese “Il Vernacoliere”, curato da Ettore Borzacchetti (pseudonimo di Giorgio Mar-chetti).
Nel rinascimento  è ancora raro il meccanismo delle barzelletta moderna, astratta e talvolta surreale in quanto svincolata da persone, tempo e luoghi, basata su di una fulminea associazione di idee o di parole che suscita la risata per la sua originalità. Ampio spazio trova quindi attualmente il gioco di parole (del tipo: alcuni lavorano per i posteri, altri per i posteriori) che ottiene il massimo della sinteticità ed “esplosività”. Il Poliziano eccelle in questo genere sintetico, forse perché il suo quaderno di appunti era destinato ad un uso personale, per ricordarsi le battute.
Questo tipo di barzelletta “moderna”, basata sui doppi sensi non è nuovo e questi si ritrovano ampiamente nel Gargatua e Pantagruel di Rabelais o ne Il mezzo per far fortuna di Beroaldo di Verville e nei poeti giocosi italiani, dal Pulci al Berni, ma di rado esso viene presentato al di fuori di un certo contesto.
Per lo studioso della storia della barzelletta è interessante vedere con quale facilità esse si diffondano da un paese all’altro (in Germania molte facezie italiane vennero tradotte dal Bebel che vi aggiunse farse (Schwänke e Mären) tedesche e in Francia le raccolte di facezie italiane venivano usate per l’insegnamento dell’italiano. Ed è notevole con quale facilità esse risorgano di tempo in tempo come battute nuove. Cito, fra quelle che ho riascoltato nell’ultimo anno, quella del Philògelos: Perché i peti puzzano? Affinché anche i sordi li possano sentire; oppure le due del Polizano Dice una donna al vecchietto che non riesce a compiere l’atto “vuoi che vada sopra io”? E il vecchietto “ non ci riesco in discesa, figurati in salita”, e quella nella stessa situazione, Cara di faccio male? No, vai tranquillo, la punta è rivolta dalla tua parte. Ed il Zabata Il tutore non deve allargare la pupilla. O, infine, da Beroaldo: Dottore, ho un disturbo strano; quando faccio sesso con mia moglie una volta sudo tutto e un’altra volta ho i brividi. Interviene la moglie: dottore non ci faccia caso, lui tromba una volta a Ferragosto e una volta a Natale.
Per comprendere come le battute seguano dei percorsi popolari sotterranei che affiorano nella letteratura anche dopo secoli, si pensi alle battute degli studenti medievali sui gay a cui venivano accostate parole allusive come auriculum (orecchio) e feniculum (finocchio); quest’ultima riaffiora per la prima nel Pulci mentre la prima riappare solo nel dialetto napoletano come recchione.

Aggiungo alcune notizie sulla storia della facezia negli altri paesi europei che traggo liberamente dall’opera di Paul English, Geschichte der Erotischen Literatur (Storia della letteratura erotica),1927,  trad. di Marina Montanari, ed. Sugar, Milano 1967.
FRANCIA
I francesi sono sempre stati amanti dello scrivere e del riso. Essi amano la loro lingua come nessun altro popolo al mondo e ne hanno fatto, attraverso i secoli, uno strumento duttile e docile. In francese è possibile esprimere qualsiasi cosa, e tutto assume un suono piacevole ed armonioso che non può offendere nemmeno l’orecchio più pudico, poiché la magia della lingua fa dimenticare persino il significato delle parole. Eduard Engel, Psychologie der französischen Literatur, Berlino, 3“ ed., 1904,   giustamente afferma:
« Il fatto che il sesso abbia nella letteratura francese una parte preponderante non è da attribuirsi tanto ad una sensualità sfrenata, quanto al piacere del riso. I francesi non sono tanto passionali del sesso, quanto spiritosi del sesso. Nel Medioevo le scene e le avventure d’amore, co-nosciute sotto il nome di fabliaux non contenevano la minima traccia di una autentica, ardente sensualità. Sono storielle maliziose, faunesche, dal contenuto ambiguo. In queste storielle eterno bersaglio è il marito tradito... e anche nelle più recenti commedie da boulevards il marito fa le spese dell’allegria generale, persino da parte del pubblico maschile. Anche Rabelais, che non scrisse pagina che non fosse pervasa di allusioni di carattere sessuale, ha trattato il rapporto sessuale o in modo crudo, senza alcun secondo fine, e semplicemente per soddisfare il proprio gusto del riso o quello del lettore. Non c’è traccia di secondi fini seri o lubrichi... La stessa cosa si può dire di uno dei libri antichi peggiori di questo genere: Centonove novelle di Antoine de la Sale (circa 1450). Una sfaccia-taggine senza limiti, un umorismo scanzonato e irriguardoso, ma nulla che faccia pensare ad una partecipazione sessuale nei confronti delle persone e delle cose. »
Ma le argomentazioni di Engel sono valide solamente per una parte della letteratura erotica francese. Basterà pensare agli scrittori erotici del XVIII secolo (Sade, Restif, Dulaurens) ed agli scrittori del XLX secolo, particolarmente Maupassant, Zola, Flaubert, Gautier, Vcrlaine, per concludere che essi trattarono il tema del sesso con la massima serietà, proponendosi di raggiungere veri e propri effetti artistici. In linea di massima le affermazioni di Engel sono valide, ma generalizzate porterebbero a conclusioni errate.
I FABLIAUX
È noto che i moderni poeti faceti dell’Occidente, particolarmente gli italiani ed i tedeschi, debbono molto ai fabliaux francesi. L’influenza che hanno esercitato è evidente, e sarebbe interessante delineare le loro evoluzioni e i loro sviluppi. Che cos’è un fabliau o una Fabel?  In sostanza è « rappresentazione poetica di un’avventura », che generalmente si svolge entro i limiti della vita comune. Il fabliau appartiene quindi alla poesia epica o epico-didattica. Suo scopo principale è divertire, far ridere, e a questa caratteristica generale alludono parecchie delle definizioni che i poeti aggiunsero ai loro racconti, come : une trufe, une bourde, une risée, un gab. Gradualmente il racconto assunse anche un aspetto didattico. Con poche eccezioni i fabliaux sono scritti in distici ottonari.
I fabliaux erano la poesia della borghesia nascente, in contrapposizione agli ideali di una poesia sentimentale e aulica. Tre furono gli elementi che cooperarono alla loro formazione: la corrente della narrativa orientale, con la concezione buddistica del disprezzo della donna, la bassa condizione degli attori, e gli ecclesiastici corrotti moralmente.
La concezione buddistica negava alla donna ogni diritto e dignità personale, e la considerava un peso inevitabile per l’uomo, che essa tiene lontano dalla vera vita, incatenandolo alla terra con i sensi. Il carattere decisamente ascetico di questa dottrina tende ad affermare i privilegi del celibato. Queste idee riaffiorano nei fabliaux e si concretizzano nel disprezzo per il matrimonio e nella tendenza ad attribuire alla donna ogni errore, ogni insuccesso dell’uomo. Inoltre il disprezzo per la donna è da attribuirsi anche all’’influenza funesta degli ecclesiastici, dalla cui penna derivano alcuni fabliaux. Anche il celibato e le sue conseguenze divennero oggetto di satire.
Nella maggior parte dei fabliaux, l’intero racconto è imperniato su una situazione, su un fatto erotico, e non manca mai l’umorismo erotico. Più divertenti di tutti erano appunto i racconti in cui si trovavano riuniti tutti i difetti della donna, dipinti a tinte fosche. Si può dunque concludere che tutte queste farse venivano lette o rappresentate in assenza del sesso tanto tartassato. Molte di queste farse sono decisamente oscene.
Si può dire comunque che il carattere libertino della maggior parte dei fabliaux era da attribuirsi per lo più all’immoralità delle donne. Esse mostravano una particolare predilezione per le parole oscene, scherzi volgari, ciniche ambiguità, e usavano spesso e volentieri parole ingiuriose. I poeti Preine e Bedier dimostrano con numerosi esempi che le donne assistevano alla lettura di farse e racconti osceni. Jean de Condé non si vergogna di far dire ad una fanciulla nobile, parole oscene, e di farla scherzare su cose e fatti di cui oggi si evita accuratamente di parlare.
Della materia di questi racconti burleschi e dei fabliaux di cui si può trovare traccia in tutte le letterature europee si è spesso indagato. Le Grand d’Aussy e BarbazanMeon hanno rilevato nelle loro edizioni degli antichi falbels e contes francesi rimaneggiamenti dello stesso materiale delle letterature neolatine dei più diversi secoli. Friedrich Heinrich von den Hagen nell’introduzione alla sua opera sui racconti medioalto tedeschi ha affermato che essi hanno origine da letterature orientali e neolatine. F. Liebrecht, Reinhold Kohler  ed altri hanno dimostrato nuovi parallelismi e integrazioni anche con letterature europee minori. In una serie di lavori specialistici è stata studiata per determinati motivi o autori, la storia delle fonti. Bedier ha eseguito uno studio comparato sulle origini dei fabliaux. Ed è arrivato alle seguenti conclusioni: il materiale grezzo dei fabliaux viene in realtà in gran parte dall’Oriente, ma i poeti hanno elaborato questo materiale in modo così prettamente francese, che questi racconti possono essere considerati come il prodotto più genuino dell’ésprit gaulois.
LE FARSE
Anche in Francia come in Germania, e nello stesso periodo, venivano rappresentate farse drammatizzate. Le farse consistevano per lo più di 100-300 versi. Della maggior parte non esiste un testo scritto e pochissimi sono gli esemplari stampati. Tutto quanto ci è pervenuto (circa 150 commedie) cade nel periodo dal 1440 al 1450. Un nuovo tipo di farsa, non molto diverso dalla farsa vera e propria, è la sotie che apparve dal 1450 in poi, in cui dei buffoni e dei pagliacci recitavano la parte più importante.
Non mancano le farse in cui si parla di donne infedeli. Così troviamo la storia di un marito da un occhio solo, a cui la moglie tiene chiuso l’unico occhio affinché il suo amante possa introdursi nella casa non visto; poi la storia del pazzo, la cui moglie ha un parto prematuro, ecc. Venivano drammatizzate anche le galanterie degli ecclesiastici. Le astuzie delle donne, sempre pronte ad attirare gli uomini, hanno nelle farse una parte molto più importante che nelle commedie carnevalesche tedesche; e l’oscenità non è affatto evitata, tuttavia nelle farse tedesche accade molto più spesso che l’umorismo consista in un accumularsi di sudicerie. La letteratura medioevale dei fabliaux fornisce, stranamente, ben pochi motivi d’ispirazione. Creizenach dice che fra 155 farse ve ne sono solo 22 che possono essere definite con certezza fabliaux drammatizzati. Ad ogni modo è innegabile una certa rozza e vigorosa predilezione per situazioni piccanti e volgari.
Nell’ambito della farsa si distinguono particolarmente due opere: la Mensa philosophica e le Cent novelles nouvelles. La prima fu scritta nel 1475. Probabilmente ne fu autore Michael Scotus. Il libro, come dice l’autore stesso, persegue lo scopo di insegnare come si deve conversare a tavola. La quarta parte contiene una raccolta di racconti « allegri e decorosi », adatti per la conversazione da tenersi a tavola. Vi sono però diverse storie molto scurrili. Bebel ne ha tratto una gran quantità di facezie. Il Decamerone del Boccaccio (VII, 5, e IX, 2) vi si ispira, e probabilmente servì da modello alle conversazioni conviviali di Gargantua. Si possono attribuire con sicurezza i primi tre trattati a Michael Scotus, che morì nel 1291, mentre si potrebbe attribuire la quarta parte, che contiene delle farse erotiche, ad un monaco domenicano. La Mensa servì da modello a molti narratori farseschi.
Le Cent novelles nouvelles, da non confondersi con le Cento novelle antiche, scritte verso il 1460 e stampate nel 1468, possono essere considerate la prima raccolta francese di farse, e furono scritte con un preciso scopo letterario. Per molto tempo vi furono dubbi circa la paternità dell’opera, che fu persino attribuita al re Luigi XI. Né la prima stampa di Verard, né quelle che seguirono, e nemmeno il manoscritto delle novelle, scoperto da Th. Wright, contengono all’inizio e alla fine il nome dell’autore. Si può affermare con certezza che queste novelle sorsero nell’entourage del re. Il marchese d’Argens  afferma che alla tavola di Luigi XI si raccontavano spesso e volentieri scurrili avventure d’amore e che è possibile che questi trattenimenti abbiano dato lo spunto alla raccolta. Prima Wright nella sua edizione e poi Grisebach nella seconda edizione del suo Weltliteraturkatalog eines Bibliophilen hanno dimostrato che l’Fautore di queste novelle è Antoine de la Sale. Della sua vita conosciamo ben poco.
La cornice delle Novelle assomiglia alla finzione del Boccaccio. Si tratta di novelle molto grossolane, tutte intrise di un erotismo crasso e succulento, non certo adatte ad un pubblico femminile. Quindici di esse si ispirano a Poggio, quattro a Boccaccio, per il resto l’autore trasse spunto dai fabliaux del XII e del XIII secolo. Ma La Sale ha adattato questo materiale ai gusti del suo tempo, così che esse costituiscono uno specchio preciso dei costumi di quei giorni. Cavalieri mondani, donne infedeli, sposi gelosi e spose frivole, monaci scaltri e suore lussuriose si susseguono davanti ai nostri occhi in una ridda variopinta. Tutta la loro vita è imperniata sul sesso. Ma anche i particolari più scabrosi sono descritti con molto garbo, e ci appaiono con quella grazia che, nel popolo francese, è ereditaria.

Nel XVI secolo appaiono due dei maggiori rappresentanti di ogni genere di letteratura erotica-umoristica.
Il primo posto spetta indubbiamente a Francois Rabelais (14831553). Per quanto riguarda il contenuto, il suo romanzo Gargantua et Pantagruel è senza dubbio il più significativo, poiché non è solo un romanzo grottescoumoristico. Davanti ai nostri occhi si svolge un quadro satirico dell’epoca, cui nessun altro può venir paragonato per grandiosità. Egli non si propone mai di creare un’atmosfera di sensualità, di eccitare la fantasia del lettore. Usa sempre senza alcuno scrupolo la parola indecente della lingua per la cosa indecente che vuole descrivere, sguazza addirittura nel vocabolario della volgarità, molti capitoli sia del Gargantua che del Pantagruel sono veri e propri vocabolari pornografici e non potremmo trovarne di più ricchi nella letteratura francese; ma egli non se ne compiace; si serve di determinate espressioni solo per caratterizzare nel modo più realistico possibile uomini rozzi e rozze situazioni.
Nella prefazione in poesia al Gargantua, Rabelais espone con chiarezza lo scopo del suo romanzo :
Scritti nello spirito di Rabelais, per quanto non possono essere considerati una vera e propria opera letteraria, sono gli Erreurs popolaires et propos vulgaires touchant la médicine et le régime de Laurent Joubert 1578.
Per molto tempo fu considerato imitatore di Rabelais anche Guillaume Bouchet che visse fra il 1513 e il 1593 e morì a Poitiers, libraio. Egli scrisse circa nel 1520 le Serées, cinquanta farse galanti che nel loro stile espressivo fanno l’effetto di aneddoti ben raccontati. Vi si legge la storia della signora che si siede sul vaso da notte e viene punta da un granchio nelle sue parti nobili; la storia del famoso sognatore che sogna oro, ma si trova in mano qualcosa di meno appetitoso, che proviene dal marito tradito che è in difficoltà perché non può aprire la porta del gabinetto, dato che sua moglie vi sta tenendo un’importante conversazione col suo damerino.
Nelle opere di Guillaume Bouchet e Beroalde de Verville l’aneddoto raggiunge la forma perfetta. Spedito e pungente come una freccia, condensato in poche parole, tende solo all’effetto finale, evitando ogni particolare inutile; così nelle Serées e nel Moyen de parvenir, l’antico fabliau francese ci appare come un moderno racconto francese. » Ne daremo alcuni esempi.
Una donna incinta sente che è arrivato il momento del parto. La levatrice la prende e la fa sdraiare sul Ietto, ma la donna grida : « No, non sul letto, è proprio là che mi sono messa nei guai! »
Si parlava della straordinaria agilità delle dita degli zigani che si esibivano sui mercati, ed un uomo raccontò che essi prendevano una pietra nel pugno chiuso e facevano sì che tutti potessero vederla, ed erano così abili nel farla sparire che nessuno sapeva se la tenevano ancora in mano oppure no. Sua moglie che non era stata attenta, dice ingenuamente : « Bene, ma non può essere così diffìcile. Io so con precisione se è dentro o fuori ».
Una coppia di giovani sposi è a letto la prima notte di matrimonio, e l’uomo loda la sua donna poiché per tutto il periodo del fidanzamento non gli ha permesso di soddisfare i suoi desideri. Allora lei replica: « Sì, amico mio, sono stata ben attenta a non lasciarmi andare sebbene tu mi piacessi molto, poiché avevo avuto anche troppe volte a che fare con questo genere di cose ».
Anche Desperiers, cameriere particolare, scrivano e paggio di Margherita di Valois scrisse farse (1557).
Molto più vivo e interessante è il maestro della facezia, Francois Beroalde de Verville (15581612). Nato e cresciuto protestante, egli, dopo la morte del padre, si convertì al cattolicesimo e a 35 anni divenne canonico di SaintGatien de Tours, poiché la chiesa seppe apprezzare la sua eccezionale erudizione e la sua genialità. Beroalde pubblicò una quantità di romanzi, fra cui anche una Pucelle d’Orléans, in cui precorre Voltaire. Tuttavia tutte queste opere non avrebbero salvato il suo nome dall’oblio, se egli non avesse avuto la geniale idea di redigere una raccolta di aneddoti piccanti, pervenutaci col titolo di Moyen de parvenir. Questa apparve verso il 1610, senza il nome dell’autore e senza il luogo di stampa. L’influenza di Beroalde è sensibile ancor oggi e molte delle sue facezie si ritrovano nelle farse e negli aneddoti moderni.

GERMANIA
A partire dalla metà del XIII secolo si trovano in Germania farse in versi (Mären) che risalgono in parte ai Fabliaux francesi, e in parte fanno tesoro del materiale leggendario orientale. Nel XIV secolo la loro produzione si intensifica, nel XV divengono più grossolane e passano alla prosa. Possediamo centonove manoscritti di queste raccolte di facezie, che non risplendono certo per originalità. Il loro contenuto è spesso antichissimo, spesso prendono a prestito la trama da noti scrittori italiani, da omelie, ecc.; più tardi poi gli editori si sabotarono l’un l’altro. Lo scopo di queste storielle era di far passare il tempo durante il viaggio, di ricreare l’ospite a tavola o di far trascorrere ore oziose. La scarsa originalità di questi libri si spiega anche con il fatto che il giro degli argomenti era sempre lo stesso: frizzi fra artigiani, arguzia di contadini e malignità di mugnai, audaci tiri di ciarlatani girovaghi e inoltre scene di amanti e ogni genere di rapporti coniugali, beffe sui preti e monaci immorali, donne infedeli. Tale fu per secoli il contenuto di queste raccolte.
In Germania il primo libro di facezie fu opera di Augustin Tünger. Contiene cinquantaquattro facezie latine ed è dedicato al conte Eberhard von Württemberg. E poiché questi non capiva il latino, Tünger aggiunse anche una versione in tedesco.
In particolare citeremo le opere di Bebel (1506), Schimpf und Ernst (Fra il serio e il faceto) di Pauli (1522), (Il rozzo) di Dedekind (1549), Rollwagenbüchlein (Libretto da carrozza) di Wickram (1555), Gartengesellschaft (La compagnia del giardino), di Frey (1557), Nachtbuchlein (Il libretto da notte) di Schumann (1559), Wegkürzer (l’accorciacammino) di Montanus (1557), Katzipori di Lindner (1558) e il Wendunmuth (Il cambiaumore) di Kirchhoff (1568).
Al primo posto sta indubbiamente Heinrich Bebel con le sue facezie. Sappiamo ben poco della sua vita. È certo che egli visse dal 1472 (circa) al 1518, e fu professore di teologia a Tubinga. A quel tempo mandava piccoli doni agli amici che si trovavano ai bagni e Bebel, che non sapeva che cos’altro mandare in dono, nel 1506 scrisse i suoi Facetiarum libri tres (I tre libri delle facezie) per il suo amico Petrus Arelunensis. Fra il 1508 e il 1512 le sue facezie furono pubblicate da Johann Grüninger a Strasburgo. Si distinguono per una spoglia, quasi epigrammatica brevità. Bebel mette in rilievo di proposito il carattere leggero, libero da tendenze moralistiche, delle sue facezie. Egli scrisse in latino, poiché non si allontanò dalla concezione umanistica, secondo cui solo il dotto, lo scienziato poteva essere in grado di apprezzare lo spirito delle sue facezie. Certo non dubitò mai che, a causa della lingua da lui adoperata, le frecciate contenute nelle sue storie non avrebbero raggiunto l’effetto desiderato, ma egualmente non potè assolutamente liberarsi dalla pedante opinione preconcetta degli homines doctissimi e si servì di espressioni tedesche, solo quando volle rappresentare dei tangheri o il popolo ignorante in tutta la loro naturalezza.
Dal nostro punto di vista è una cosa deplorevole, poiché nelle facezie di Bebel si trovano tutti gli argomenti che l’umorismo popolare di un’epoca rozza usava per i suoi scopi satirici. Lo scrittore satirico agita allegramente la sua frusta su tutte le follie, le ipocrisie e le false moralità. Inoltre si trovano nella sua opera proprio le espressioni calzanti, nude e crude, dello spirito popolare. La vita amorosa di monaci corrotti e di donne adultere vi occupa un posto importante e in particolar modo sono disegnati con gusto tutti i minimi tratti del nobile clero, sì da formare nel loro insieme l’acuta caratteristica di questi servi di Dio. I 500 brani messi insieme da Bebel ebbero un influsso particolare sugli umoristi dei tempi successivi, infatti è dimostrato che Hans Sachs e Lutero attinsero a questa fonte.
Per dare un’idea più precisa di questo scrittore riportiamo brevemente il contenuto di qualche sua facezia:
 Un francescano entrò in un convento di suore e dopo aver loro lungamente predicato, gli fu assegnato per la notte, in segno di riconoscenza, un giaciglio nel dormitorio comune. Durante la notte egli gridò diverse volte. — No, non voglio farlo! — Le suore gli chiedono che cosa voglia dire. Ed egli risponde che era scesa dal cielo una voce che gli consigliava di dormire con la più giovane di loro per generare un vescovo. Le suore gli portarono allora la più giovane, ma questa da principio si rifiuta. Le altre la biasimano: se fossero state al suo posto, non si sarebbero rifiutate. Alla fine la giovane suora obbedì; solo che dopo nove mesi partorì una bambina. Il monaco, informato di quanto era accaduto, rispose che quello era il castigo del cielo, poiché in un primo tempo la suora si era rifiutata.
 Un minorità parla spesso di operazioni veneree. Quando gli viene ricordato il suo voto, risponde: — Questi sono i tre voti che ho fatto: povertà nel bagno, ubbidienza a tavola, castità davanti all’altare.
 Un tizio entrò in un monastero e chiese ad alcuni novizi se avessero delle donne. — No, — risposero quelli, — non ci è permesso finché non siamo santi padri.
 Ho sentito predicare un fratello, uno dell’Osservanza. Una volta, mentre parlava severamente contro l’iracondia e contro il lusso che si fa con gli abiti, concluse con le parole : « Le sgualdrine della nostra città fan tanto vedere le cose fuori delle loro mutande e mettono in mostra tante trine, e pettinano i loro riccioli in tal modo che credono di essere delle regine e non sono che sgualdrine ».
Nel 1508, un anno dopo la pubblicazione del terzo volume delle facezie di Bebel, Johann Adelphus Mulig, pubblicò la sua Margarita Facetiarum ex variis scriptoribus col lecta,  (La perla delle facezie, raccolta da vari autori) presso Johann Grüninger a Strasburgo. Adelphus l’aveva concepita come appendice delle facezie di Bebel. Le sue storie sembrano quasi una serie di esempi che rispecchiano la vita e la corruzione del clero. Degli 81 numeri della raccolta, non meno di 47 hanno per tema questo argomento, gli altri si riferiscono per lo più al concubinato e all’immoralità degli ecclesiastici. Vi si narra di una badessa che biasima la vita dissoluta di una delle sue suore e che vuole coglierla in flagrante. Ma nella fretta afferra, invece della cuffia, le mutande del proprio amante e se le mette in testa, dopo di che la suora incriminata dice : — Qualis mater, talis fìlia (Tale la madre, tale la figlia), — e la badessa non può aggiungere altro. O l’episodio del prete, che sorpreso in atto di adulterio si traveste da diavolo, e il marito tradito grida: — Vattene, diavolo, ma come assomigli al nostro parroco!
 Oltre a queste facezie, che mettono in viva luce la corruzione del clero, ne esiste un numero, abbastanza consistente, che tratta nel modo tradizionale della grande ignoranza di questa classe sociale. Immoralità, ignoranza e avidità, questi erano i crimini combattuti dagli umanisti alsaziani, accesi sostenitori di una riforma. Le altre facezie servivano esclusivamente ad intrattenere e a divertire i lettori, e sono una testimonianza della preferenza che quest’epoca aveva per tutto ciò che è grossolano e sconcio. Molte di queste facezie sembrano basarsi su esperienze vissute e la maggior parte risale ad una tradizione orale.
Johannes Pauli (circa 14551530), considerato di origine ebraica e poi divenuto monaco francescano, è uno dei migliori narratori burleschi del XVI secolo. Nel 1522 pubblicò, presso l’editore di Bebel, il suo Schimpf und Ernst (Fra il serio e il faceto), che aveva scritto nel 1519. I suoi « Seri e divertenti esempi, parabole e storie » (prima 693, poi 732), devono « servire al miglioramento degli uomini ». Ma di questi uomini egli ne ha in mente soprattutto due tipi : « gli ecclesiastici rinchiusi nei conventi » e « coloro che vivono nei castelli e sulle montagne ». Tuttavia lo scopo di questi esempi non è poi così moralista come vorrebbe far credere. Egli trae i suoi temi dalle omelie e dalle raccolte di massime e anche da Poggio Fiorentino. Sue caratteristiche essenziali sono una immaginativa drastica e un’ingenua crudezza, il forte rilievo dell’elemento narrativo, e !a tendenza a vedere il lato umoristico nei fatti della vita. Questo lo differenzia dagli autori di prediche medioevali. Ma, nel suo desiderio di moralizzare, egli si allontana molto dalla spensieratezza e dall’allegria di Poggio, espressamente motteggiatore. Sebbene fosse un ecclesiastico e avesse quindi le sue radici nel cattolicesimo, non fu cieco davanti ai delitti del suo tempo, come dimostra il suo insegnamento, sempre pervaso da tendenze moraleggianti.
Jorg Wickram col suo Rollwagenbuchlein (Libretto da carrozza), non aveva altro scopo se non divertire i suoi lettori e far passare loro piacevolmente il tempo, come indica anche il titolo : « un libro nuovo, quale non fu mai concepito fino ad ora, che contiene facezie e storie da raccontare sulle navi e in carrozza, come pure nelle case di piacere e ai bagni, nei momenti di noia e per rallegrare i temperamenti melanconici, e da dare da leggere e far ascoltare a tutti i tipi giovani ed anziani senza scandalo, ecc. ». La prima edizione apparve nel 1550 per i tipi di Egenolf di Francoforte, e fu ristampata parecchie volte. Wickram non pretese affatto di fustigare i costumi con la satira, come Bebel, o di edificare il popolo con aggiunte morali, come Pauli e Brant. Perciò queste facezie sono prolisse, comode e cordiali e scritte in modo da suscitare il riso. Ecco un esempio :
Storia di un monaco che tolse una spina dal piede di una ragazza.
« Un monaco scalzo andò alla questua, per raccogliere formaggio e uova. C’era nel villaggio una vecchia e ricca contadina che aveva grande stima di lui e che con lui era molto più generosa che con gli altri frati. Un giorno egli tornò da lei per mendicare formaggio. E dopo che lei gli ebbe dato un formaggio e le uova pasquali, lui le domandò : — Comare, dov’è vostra figlia Grete, che non la vedo? — La madre rispose: — Ahimè, è in camera sua, sdraiata sul letto e si sente male, perché le è entrata una spina nel piede, che le si è tutto gonfiato. — Il monaco disse: — Bisogna che la veda, forse la posso aiutare. — La madre rispose: — Sì, caro Thilmann, vi preparo intanto una minestra. — Il monaco andò dalla ragazza, le prese il piede con la spina, che faceva un po’ soffrire la figliola. La madre pensava che il monaco cercasse di estrarre la spina (e la ragazza intanto urlava) e gridava: — Lascialo fare, bambina mia, è per il tuo bene. — Quando il monaco ebbe finito, discese la scala, prese il suo sacco e fece per uscire. La madre disse: — Mangia prima la minestra! — Il monaco rispose: — No, oggi è il mio giorno di digiuno! — Naturalmente pensava che fosse meglio tagliare la corda. Quando la madre vide la figlia, si accorse che il monaco si era comportato ben diversamente da come aveva creduto; allora prese un robusto bastone e attese finché il monaco non tornò dall’altra parte del villaggio. E quando lo vide arrivare, prese il bastone, lo nascose dietro la schiena, con l’altra mano prese un formaggio e gridò al monaco: — Thilmann, venite qui, prendete ancora un formaggio! — Ma il monaco notò l’inganno e disse: — No, comare, sarebbe troppo! Non è costume dar due volte a una stessa porta. — Allora la contadina lo minacciò col bastone ed esclamò : — Frate, sei stato fortunato a non venire davanti alla mia porta, perché altrimenti ti avrei fatto ingoiare la spina. — Il monaco trottò via e non si fece più vedere nel villaggio a mendicare formaggio, poiché sapeva che la madre non avrebbe dimenticato ciò che aveva fatto ».
Hans Wilhelm Kirchhoff, per il suo Wendunmuth (Il cambiaumore) si ispirò molto a Bebel e ad altri predecessori. La sua raccolta fu pubblicata per la prima volta nel 1563 e nella sua edizione definitiva conteneva milleottocentoquaranta brani. A tutte le storie aggiunge una facezia moralistica e anche nella prefazione, egli assicura che tutto si svolge con la massima moralità, ma nel testo se ne trova ben poca.
Allo stesso modo Jakob Frey, autore della Gartengesellschaft (La compagnia del giardino) sottolinea il carattere moralistico della sua raccolta, pubblicata per la prima volta nel 1556. Le sue facezie risalgono in gran parte a Boccaccio, Bebel e Poggio. Ma, come Montanus nel suo Wegkurzer (L’accorciacammino), anch’egli sembra aver dimenticato volentieri nel contesto della raccolta i suoi principi morali.
Katzipori di Michael Lindner, contiene 126 brani di carattere piuttosto erotico. I suoi racconti allegri e i suoi scherzi possono considerarsi ottimi trattenimenti da bettola, raccolti per muovere al riso un’allegra comitiva. Per la storia del costume i suoi scritti costituiscono un interessante soggetto di studio e pare che Fischart abbia in parte imitato il suo gergo comico e popolaresco.
Negli scritti del pedante Sebastian Brant la vena tutta particolare della facezia sembra quasi estinta. Nelle sue favole egli persegue esclusivamente lo scopo di contribuire al miglioramento dei costumi di suo figlio Onofrio. Di conseguenza le sue storie portano tutte un distico introduttivo di carattere didattico e sono abbellite da un’aggiunta morale. Le fiabe non sono farina del suo sacco, ma sono tratte da diversi autori. Di centocinquanta, trentacinque derivano dal Liber facetiarum (Libro delle facezie) di Poggio. Sono state riportate quasi interamente, senza alcuna modificazione, ma il loro scopo principale non è divertire e sollecitare il riso, bensì offrire una morale, poiché ovunque appare la figura del pedagogo con l’indice levato, pronto a sputar sentenze.
La raccolta dell’ultimo umanista burlesco, Nicodemo Frischlin (apparsa postuma nel 1600), non venne diffusa nel popolo, e rimase nei circoli dotti.
Uno dei più famosi libri popolari del XV e del XVI secolo fu indubbiamente Eulenspiegel. Colui che diede il titolo al libro deve essere veramente esistito. Pare che fosse un vagabondo burlone che faceva ridere la gente e che sbarcava così il lunario. Il primo Eulenspiegel a noi noto fu pubblicato nel 1519. Per lo più i contadini si fanno beffe dei cittadini, contrariamente a quanto avviene nei racconti carnevaleschi, in cui i cittadini se la ridono alle spalle di contadini tonti. Lappenberg  cita centoquattro versioni del libro. « Tutti, a sentirne il nome », dice molto giustamente Lappenberg, « capiscono subito che si tratta di facezie e di tiri burloni ».

INGHILTERRA
L’Inghilterra possiede la prima raccolta di farse che servì da modello per taluni fabliaux e farse del Medio Evo, cioè le Gesta Romanorum. Queste non hanno avuto un solo autore, ma molti. La loro genesi risale al III secolo. Il più antico manoscritto conservato è dell’anno 1342. In questa raccolta è chiaro l’influsso eterogeneo della cultura francese, della cultura e letteratura classica orientale e cristiana nei loro più singolari reciproci influssi. Vi si ritrova la lascivia dei fabliaux, il monotono declamare dei troubadours, la magnifica dovizia orientale accanto ai personaggi storici dell’antichità. Tutti questi eterogenei soggetti vennero rappezzati dal monaco che li raccolse in una veste screziata e guarniti con frange moralistiche.
Più importanti di queste Gesta sono i Canterbury Tales del Boccaccio inglese, Geoffrey Chaucer, la cui vita cadde nel periodo che va dal 1328 o 1340 al 1400. Per il loro piano generale Chaucer indubbiamente prese per modello Boccaccio e il suo Decamerone. Una compagnia di 29 persone, uomini e donne, si trovano in un’osteria di TabardInn, per intraprendere da qui un pellegrinaggio verso la tomba di San Tommaso Becket, a Canterbury. Per ingannare il tempo viene deciso che ogni partecipante sia  andando che ritornando racconti due storie. A colui che ha raccontato la storia migliore gli altri dovevano offrire al ritorno un banchetto. Se Chaucer avesse attuato completamente questo progetto, si sarebbero avute 120 storie. Ma il poeta ne ha realizzate solo 24, delle quali due sono in prosa e alcune sono incompiute. Promiscue come i personaggi sono anche le loro storie. « La scala della narrazione va dall’affascinante fantasticare da favola, dall’eroismo e dal pathos fino al crudo turpiloquio burlesco. La pruderie era a quel tempo e lo fu ancora per molto, una cosa sconosciuta. Parlare francamente anche là dove si trattava di rapporti sessuali, e di altre cose naturali, rientrava nel carattere dell’epoca. »  Misurato con il metro del nostro tempo suscettibile Chaucer talvolta è assai osceno, ma mai immorale. Lo si può chiamare appropriatamente rude, grossolano, volgare, la buona creanza rimarrà spaventata, ma l’innocenza e la virtù non hanno nulla da temere da lui, come non hanno nulla da temere dai tiri birboni di Eulenspiegel.


LA  NOVELLA
Per la storia della novella del Rinascimento rinvio al grande studio di Letterio Di  Francia che ho inserito tra le opere complementari..
La creazione novellistica italiana rinascimentale è senz'altro unica al mondo e non ha trovato paragone negli altri Stati europei né come qualità né come quantità.
La Francia ha avuto grandi autori nei Fabliaux e grandi scrittori come Rabelais e Beroaldo di Verville, ma le sue novelle si riducono a poche centinaia. In Inghilterra sono passati alla storia solo i Racconti di Canterbury del Chaucer e in Spagna in Germania la produzione novellistica è stata trascurabile.
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Bolzano, 5 luglio 2017